A furriata r’i torci a Ciminna. Sulla processione delle torce a Ciminna (echi pagani della Triade eleusina)

di Domenico Passantino*

furriata-ri-torci-ciminna-2017

Durante la festa del Crocifisso di Ciminna, che si tiene la prima domenica di maggio, è tradizione la cosiddetta furriata r’i torci.

Come è noto, la processione delle torce, oggi, comincia alle 15:00 del pomeriggio della domenica, da Piazza Alcide De Gasperi, procede per la via Dott. Vito Graziano e finisce davanti la chiesa di San Giovanni Battista; è preceduta da uno stendardo, cui fanno da seguito giumente delle razze più disparate arrivate per l’occasione dai paesi vicini, sulle quali i fantini portano una torcia (ormai quasi nessuno) o una ghirlanda intrecciata di fiori; segue la retina , cioè sette muli (più spesso cinque, data la difficoltà ormai di reperire questi animali), agghindati a festa con sonagli sul capo e sulla coda, bardati con le bisacce  piene di cuppitedda, cioè coppettini di confetti, caramelle, cannellini e cioccolatini, che i guidatori dei muli lanciano tra le persone accorse durante il passaggio delle retini per le vie del paese oppure nella piazzetta davanti la chiesa di San Giovanni, dove i guidatori delle rétini abilmente fanno girare (furriari) i muli a cerchio e continuano a lanciare alla folla i dolcini e le cianfrusaglie (portachiavi, accendini, etc.) contenuti nelle bisacce.  Segue il corteo la banda .

Usanza importante, che ci servirà a decifrare questa consuetudine dei Ciminnesi, è questa:  che i guidatori dei cavalli, arrivati davanti la chiesa di San Giovanni, si scoprono il capo, si fanno il segno della croce e consegnano alla Chiesa la torcia o la ghirlanda che recano in mano.

La processione delle torce, così come la conosciamo noi, è menzionata per la prima volta nel 1842: prima che si trasformasse in questa usanza, la processione, a detta di Graziano, consisteva  nel viaggio durante l’anno fatto dai contadini che recavano «agnelli, capretti, piccioni, galline, lana, cacio denaro, torce di cera ed altro».

Inoltre, ai fini della comprensione di questo rito, occorre sapere che nel passato le bisacce erano piene di frumento dato in elemosina al Crocifisso, usanza che, nota il Graziano , «si fa in tanti altri paesi per ringraziare il Santo del raccolto abbondante e per grazie ricevute».

Credo che per un’analisi corretta di questo rito dobbiamo prendere le mosse proprio da ciò che c’è dentro le bisacce della furriata di torci e poi via via risalire al senso della torcia stessa, da cui questa usanza prende il nome.

Il fatto che le bisacce un tempo portassero, oltre ai confetti e ai dolci, il grano in offerta al Crocifisso e che oggi il grano non figuri più si spiega facilmente se si considera che un tempo il denaro circolante era poco e che al suo posto si usava scambiare il frumento : le offerte per grazia ricevuta o per “raccolto abbondante”(leggi: cospicuo guadagno), consistono adesso in banconote appese sullo stendardo della processione del fercolo che avviene le sere della domenica e del lunedì.

Ebbene il fatto che le bisacce (vertuli) siano piene di leccornie e che un tempo fossero piene di frumento, non possono non far pensare alla cornucopia, attributo della dea pagana dell’Abbondanza/Opis/Annona/Demetra/Cerere.  Demetra e Cerere, infatti, sono le dee (greca la prima e romana la seconda) che erano considerate dagli Antichi protettrici delle messi, del raccolto del frumento e dei cereali in genere.

Demetra, chiamata dai Latini Cerere, è un nome che vuol dire Madre Terra  e gli Antichi pensavano che fosse una divinità molto venerata in Sicilia, dal momento che la figlia di quest’ultima, Persefone, chiamata anche Proserpina o Kore, fu rapita dal dio degli Inferi Ade proprio in Sicilia, mentre giocava con alcune ninfe: il mito narra che la madre Demetra la cercò in tutto il mondo e, ospitata da Celeo, re di Eleusi, per riconoscenza nei suoi confronti, insegnò le tecniche della coltivazione dei cereali e dell’agricoltura in generale al figlio del re, Trittolemo, affidandogli il compito di dispensare questa conoscenza a tutti gli uomini. È questo il motivo per cui i Greci veneravano la dea Demetra con i Misteri eleusini, festività che si tenevano due volte all’anno, nei mesi autunnali e primaverili e con le Tesmoforie ad ottobre; i Romani invece festeggiavano ad aprile i Cerealia, in onore della dea Cerere: in tutte queste festività che si svolgevano nei mesi primaverili,  si offrivano alla dea Demetra/Cerere le primizie dei frutti della terra e sacchi di frumento, in segno di ringraziamento e lo ierofante e il daduco  portavano la sacra torcia della Dea, cioè la torcia con la quale Demetra/Cerere era andata in cerca della figlia perduta.

Risultano relazioni tra la ricerca di Demetra della figlia morta e la cerca  della Madonna la notte del Venerdì Santo del figlio Gesù morto e tutta la simbologia legata ai due culti sembra avere tratti in comune: la morte della natura e la rinascita della stessa che rispecchia perfettamente la discesa agli Inferi di Proserpina nel periodo dell’anno dell’autunno-inverno (morte di Cristo) e la sua ascesa al mondo dei vivi nel periodo della primavera-estate (Pasqua di Resurrezione) .

Al di là di queste connessioni più o meno studiate e più o meno lapalissiane, quello che importa notare a proposito della furriata di torci è che:

1) l’usanza di offrire primizie dei frutti della terra portate dentro le bisacce al Crocifisso e, nella fattispecie, il frumento, è chiaramente figlia dell’usanza che gli Antichi avevano, durante i Misteri eleusini, in Grecia, e durante la festività dei Cerealia, a Roma, di offrire sacchi di grano alla Dea Demetra/Cerere: questo rito, infatti, come dice anche Graziano e come si può notare andando in giro per la Sicilia, è presente in molte feste di paese che si svolgono a maggio e sono dedicate al SS: Crocifisso;

2) per quanto riguarda la torcia, da cui l’usanza ciminnese prende il nome, possiamo dire che:

a) sembra forzato il riferimento alla Sacra torcia, portata dal daduco durante le feste in onore di Demetra/Cerere: la torcia pagana era ricordo della torcia che la Dea aveva utilizzato per cercare la figlia Persefone ; nella simbologia cristiana, invece, la torcia, è uno degli strumenti della Passione di Cristo: simboleggia la torcia utilizzata dai soldati romani quando arrestarono Cristo  e per questo motivo la connessione tra simbolo pagano e simbolo cristiano diventa impossibile; inoltre non mi pare che la torcia utilizzata durante la furriata r’i torci serva a ricordare uno strumento della Passione: il suo significato, quiundi, va ricercato altrove;

b) la parola torcia, derivata dal latino torquere (avvolgere, intrecciare), consisteva anticamente in un «bastone di abete o di altro albero resinoso circondato da uno stoppino di cera» : il suo uso, che è quello di fare luce, ci porta immediatamente a pensare che essa, nel nostro caso, simboleggi Gesù Cristo luce del mondo, se si pone mente, per esempio, al Cero pasquale, che simboleggia il Cristo risorto e vincitore sulle tenebre della morte e del male: Cristo viene omaggiato con la torcia, che è ringraziamento per la vita tornata sulla terra, simbolo della Resurrezione divina e naturale, Resurrezione la cui prova sono il frumento e le primizie della terra portate in dono.

Infine si potrebbe pensare che il fatto che i muli girino in cerchio, forse un po’ surrealisticamente o forse no, sia da riferirsi analogiacamente al tempo ciclico dell’anno, all’alternarsi delle stagioni che si ripropongono a giro, ciclicamente: Gesù Cristo che muore e poi risorge, Proserpina/Kore/Persefone che discende agli Inferi e poi ascende sulla terra, la natura che muore e poi rinasce, il grano che, se non va sotto terra quando viene seminato, non può produrre frutto; proposizioni che si sintetizzano in una sola di significato universale: per fruttificare e farsi messe, il grano deve morire.

Una simbologia antica di secoli e millenni, che rispecchia una concezione del tempo ciclica a rischio di estinzione : sono indicatori di questo rischio reale dell’estinzione del senso del tempo il fatto che il frumento non viene più usato, in conformità alla distanza che oggi separa l’uomo dalla terra, e la consapevolezza del significato di questi riti che viene via via a mancare, lasciando solo la sterile tradizione priva di significato che si modella negli anni alle mode della globalizzazione, mode che distruggono le peculiarità e l’identità dei singoli popoli.
Fa un certo effetto, d’altro canto, vedere scorrere la processione della furriata r’i torci, nella quale usi, costumi e simboli cristiani si sovrappongono ad usi e costumi ebraici e pagani, un sincretismo di culture religiose che si sono sommate nel tempo le une alle altre fino a fondersi insieme: dai Greci ai Romani e agli Arabi, passando per gli Spagnoli.
NOTE
In italiano redina, affine allo spagnolo rienda e al greco retena, dal latino retinére, che vuol dire trattenere, in riferimento alle strisce di cuoio che attaccate al morso del cavallo (nel nostro caso mulo) che lo trattengono legato agli altri.

Vértuli, a detta del Pasqualino, Vocabolario etimologico, italiano e latino, Tomo quinto, 1795, deriverebbe dal latino vertere, girare, dal momento che “si rivolta sopra le spalle”

Graziano dice invece che ai suoi tempi la banda musicale precedeva la processione. Cfr. Op. cit., p. 74.

Graziano, V., Canti e leggende-Usi e costumi di Ciminna, p. 76.

Ibidem, vedi la nota di p. 74, Graziano,

Si noti infatti che la parola siciliana grana, che indicano il denaro, deriva proprio da grano.

In realtà queste divinità agli occhi dei moderni appaiono sovrapponibili e interscambiabili, ma nell’Antichità avevano cuti e riti differenti.

La parola cereale non è altro che un aggettivo derivante da Cerere, come a dire “di Cerere, sacro a Cerere”.

Cfr. la mia tesi di laurea: Lessico del pane e della panificazione nella Grecia antica, Palermo, 2010.

I Piccoli Misteri, in Grecia, si svolgevano nel mese di Antesterione, a metà di marzo circa e i Cerealia, a Roma, si svolgevano alla fine del mese di Aprile.

Cfr. Eleusis e Orfismo: I Misteri e la tradizione iniziatica greca, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, 2015, nota 188.

Altra processione che a  Ciminna si svolge la notte tra il Giovedì e il  Venerdì Santo. Per la verità Graziano, Op. cit. p. 85 non chiama mai cerca questa usanza, anche se il popolo tutto anche oggi la chiama così, alludendo, è chiaro, non ai soldati che conducono Gesù al supplizio, come dice Graziano, ma alla ricerca di Maria Addolorata del figlio Gesù rapito dai soldati. Infatti la processione detta “cerca” è viva in molti paesi della Sicilia e non solo: per esempio a Brindisi: «Tra le numerose ed antiche tradizioni brindisine della Settimana Santa in buona parte ormai dismesse, continua a tramandarsi una delle meno note ma certamente tra le più suggestive, ovvero la rievocazione della ricerca del Figlio Gesù da parte di Maria.

E’ una tradizione secolare che si propone la notte tra il Giovedì ed il Venerdì Santo nelle stradine del centro storico della città, un tragitto in buona parte attinente la parrocchia di Santa Lucia. Il rituale continua a suscitare interesse ed emozione tra gli abitanti della zona, in particolare nei più giovani, in loro è forte il fascino per questa ricorrenza e difficilmente dimenticano lo squillo della tromba, nel silenzio della notte, a simboleggiare il richiamo della Vergine Maria, accompagnato dal ripetuto rullo di tamburo», cfr.: http://www.brindisiweb.it/storia/tradizioni_settimana_santa.asp, visitato il 08-5-2017 alle ore 10:41.

Secondo lo scrittore Ippolito, Refutatio, 5.7.34, lo ierofante, cioè colui che attendeva al trasporto delle primizie della terra, insieme aldaduco, che portava la sacra torcia,  si rivolgeva prima al cielo recitando: “ue”, cioè “piovi” e poi a terra recitando: “kue”, cioè “accogli” ed è per associazione di pensieri che si pensa alla canzoncina/preghiera popolare: “Signiruzzu, chiuviti, chiuviti, ca i lavureddu su morti r’a siti”. I lavuredda, “piantine di grano cresciute al buio” (Graziano, Op.cit. p. 84), messe in Chiesa il Giovedì Santo, simboleggiano la rinascita/resurezione della natura/Cristo e rappresentano la fatica dell’uomo (lavureddu è diminuitivo da lavuri, dal latino labor, fatica). Il fatto che i quelli eleusini sono chiamati Misteri alla pari di quelli della fede (i Misteri dolorosi vengono portati in porocessione la mattina del Venerdì Santo!) potrebbe essere solo una coincidenza, anche se l’accostamento risulta suggestivo.

Cfr. Cecilia Gatto Trocchi, Enciclopedia illustrata dei simboli, Gremese editore, 2004, s.v. Torcia.

Cfr. Giovanni, 18, 3 e Michel Feuillet, Lessico dei simboli cristiani, Edizioni Arkeios, 2016, p. 119, s.v. Torcia.

Cfr. Domenico Passantino, Simbologia, iconologia e allegoria in opere di Paolo Amato, in Estetica e retorica del Barocco in Sicilia, vol. I, a cura di Vito Mauro, 2017, p. 164, nota 13 e sgg. La torcia, portatrice di luce, fu creata da Dio, nel Vecchio Testamento (Esodo, 13, 21) per guidare gli Ebrei, fuggiti dall’Egitto, verso la Terra promessa.

Cfr. a questo proposito, Zygmnut Bauman, il quale in Consumo, dunque sono, Laterza, 2010, p.41, parla della nuova concezione del tempo, definita puntinista o punteggiato, secondo la quale «il tempo  viene vissuto da chi fa poarte della società dei consumatori liquido-moderna come qualcosa che non è ciclico…il tempo puntinista si distingue per la sua incoerenza e mancanza di coesione…è frazionato, o addirittura polverizzato, in un gran numero di istanti eterni».

*https://domenicopassantino83.wordpress.com/