Giaculatorie, mottetti e invocazioni sotto la “vara” del Patri d’i grazi di Ciminna: analisi di una poesia popolare.

di Domenico Passantino*

Particolare e interessante risulta l’usanza di declamare delle giaculatorie da parte dei portatori della “vara” del SS. Crocifisso di Ciminna. Il dottor Vito Graziano nel suo Canti e leggende, usi e costumi di Ciminna del 1935, chiamandoli mottetti, raccolse i primi sei di seguito riportati. L’architetto Arturo Anzelmo ne ha aggiunto altri due nel suo “Patri di li grazii siti”. Tra storia e leggenda, tradizione e culto della “Miraculosa Imagine del SS.moCrocifisso di Ciminna” del 2009.
Io mi propongo di analizzarli dal punto di vista metrico e contenutistico: metrico perché, pur essendo poesia popolare, si tratta pur sempre di poesia ed è chiaro che ci troviamo davanti dei versi che hanno ritmo ed accentazione, quando non anche rima, tali da potere essere declamati ad alta voce; contenutistico perché, come si avrà modo di vedere, la produzione popolare che ha sempre avuto un’impostazione e una tradizione di tipo orale/aurale, non è del tutto avulsa dalla tradizione colta (d’altra parte chi può indicare con certezza e senza limiti di nell’esposizione cosa è “cultura popolare” e cosa è “cultura colta”?)

1)
La grazia di l’arma e la saluti, 11
la binirizioni di la campagna 11
ci avemu a dumannari 9
a ‘stu Patri amurusu, dicennu: 11
viva lu Patri di li grazi! 9

Strofe di versi sciolti, dei quali i primi due sono endecasillabi, il terzo è un ottonario, il quarto è un endecasillabo e il quinto ed ultimo verso è un novenario con accenti sulla prima, quarta e ottava sillaba, che si ripete nei mottetti 2 e 3.
I primi due versi, nei quali si formula la richiesta a Dio, creano climax discendente: dalla cosa più importante che è la salvezza spirituale (la grazia di l’arma) si procede verso il benessere materiale (la binirizioni di la campagna).
Il terzo verso “ci avemu a dumannari“in altri mottetti è sostituito dagli equivalenti metrici “cu voli grazia ricurri” (mottetto 2), “chiù forti l’avi a chiamari” (mottetto 3) e da “trema lu ‘nfernu chiamannu” (mottetto 8).
Il quarto verso formulare si ripete negli altri mottetti e le apposizioni al sostantivo “Patri”, oltre ad “amurusu” (nei mottetti 1-2-3-4), sono “di li peccatura“ (nei mottetti 5-7-8) e “di misericordia” (mottetto 6).

2)
E cu scinnìu 5
chiddu chi guverna / celu, terra e mari? 12 (6+6)
cu voli grazia ricurri 8
a ‘stu Patri amurusu, dicennu: 11
viva lu patri di li grazi! 9

Versi sciolti dei quali il primo è un quinario, il secondo un dodecasillabo che consta di due senari, di cui il primo piano, così come è consuetudine nella poesia popolare; il terzo verso è un ottonario; il quarto è un endecasillabo, l’ultimo un novenario, che si ripete anche negli altri mottetti come formula di chiusura in alternanza con il più breve e spiccio “viva”, gridato da tutti i portatori della “vara”.
Il primo e il secondo verso di questo secondo mottetto sembrano ricalcare lo schema del primo e del terzo verso del terzo mottetto.
Il primo verso è un quinario e il mottetto forma una trilogia con i mottetti 3 e 5: l’uscita della processione, la discesa e l’entrata.

3)
E cu niscìu 5
lu mericu di tutti li malati? 11
chiddu chi guarisci / cechi, surdi e muti? 12 (6+6)
e cu voli grazia 6
cchiù forti l’avi a chiamari 8
a ‘stu Patri amurusu, dicennu: 11
viva lu Patri di li grazi! 9

Il primo e il terzo verso di questo terzo mottetto sembrano ricalcare lo schema del primo e del secondo verso del secondo mottetto.
Il secondo verso è un endecasillabo.
I versi 4 e 5 sono una variante allungata e rafforzativa (indicata dal comparativo assoluto avverbiale “chiù forti”) del verso 3 del secondo mottetto.
I versi 6 e 7 sono identici agli utimi due versi dei mottetti 1 e 2.
Il primo verso è un quinario e il mottetto forma una trilogia con i mottetti 2 e 5: l’uscita della processione, la discesa e l’entrata.

4)
Triunfa lu celu 5
e la terra chiamannu 7
a ‘stu Patri amurusu, 8
dicennu: viva! 5

Si sentirebbero echi di San Bernardo: “Coelum ridet, Mundus exultat”, e il mottetto può essere messo in coppia con il mottetto 8, dal momento che in questo l’attenzione è rivolta alla reazione che il cielo e la terra hanno quando sentono il nome del “Patri amurusu”.
Nei mottetti 4-5-6 i versi che contengono l’invocazione al “Patri” formano un crescendo di sillaba: nel mottetto 4 “a ‘stu Patri amurusu” consta di 8 sillabe; nel mottetto 5 “lu Patri di li peccatura” consta di 9 sillabe e nel mottetto 6 “a ‘stu Patri di misericordia” consta di 10 sillabe.

5)
Cu s’arricogghi 5
lu Patri di li peccatura? 9
dicennu: viva! 5

Il primo verso è un quinario e il mottetto forma una trilogia con i mottetti 2 e 3: l’uscita della processione, la discesa e l’entrata.
Nei mottetti 4-5-6 i versi che contengono l’invocazione al “Patri” formano un crescendo di sillaba: nel mottetto 4 “a ‘stu Patri amurusu” consta di 8 sillabe; nel mottetto 5 “lu Patri di li peccatura” consta di 9 sillabe e nel mottetto 6 “a ‘stu Patri di misericordia” consta di 10 sillabe.
Interessante anche l’accostamento tra i “peccatura” che portano la vara del Crocifisso e i βαστάζοντες “bastàzontes”, uomini che si caricavano pesi sulle spalle, della Grecia antica.
Bisogna infatti sapere che i Greci usavano il verbo βαστάζω “bastàzo” per significare “porto qualcosa sulla spalla”. In Luca, 7, 14 , per citare un esempio della tradizione cristiana, Gesù tocca la bara da morto e si avvicina a coloro che la portano in spalla, i quali vengono definiti βαστάζοντες (bastàzontes), participio presente maschile plurale di βαστάζω, alla lettera “coloro che si caricano sulla spalla”.
Orbene la parola siciliana “vastasu” deriva proprio dal verbo greco βαστάζω, perché gli scaricatori di porto, coloro che si caricavano pesi sulle spalle e lo facevano come lavoro retribuito, usavano un linguaggio scurrile ed osceno, peccaminoso.
È curioso notare che i portatori della “vara” del Crocifisso definiscono se stessi nelle giaculatorie urlate un processione “peccatura”, βαστάζοντες (bastàzontes) nella Grecia antica, “vastasi” nell’evoluzione della lingua siciliana con accezione dispregiativa.

6)
Cu veru cori 5
cu vera fidi 5
l’amu a chiamari 5
a ‘stu Patri di misericordia, 10
dicennu: viva! 5

I primi tre versi sono quinari, il quarto consta di nove sillabe e l’ultimo di nuovo quinario.
Nei mottetti 4-5-6 i versi che contengono l’invocazione al “Patri” formano un crescendo di sillaba: nel mottetto 4 “a ‘stu Patri amurusu” consta di 8 sillabe; nel mottetto 5 “lu Patri di li peccatura” consta di 9 sillabe e nel mottetto 6 “a ‘stu Patri di misericordia” consta di 10 sillabe.

*
7)
Patri di li grazi siti 8
e grazi n’aviti a fari: 8
a nuatri peccatura 8
n’aviti a perdunari; 8
cu voli grazi chiù / forti si raccumanna 13 (6+7)
a ‘stu Patri di li / peccatura, dicennu: 13 (6+7)
“Viva”.

Sono due quartine composte rispettivamente la prima di ottonari e la seconda da senari e settenari. Nel primo distico siti rima internamente con aviti e fari fa rima alternata con perdunari. PECCATURA non fa rima con nulla e la parola risulta così messa in risalto. Da notare l’allitterazione ossessiva della r che compare 2 volte in ogni verso.
La seconda quartina di settenari non presenta rime, ma si nota che i versi dispari sono composti da sei sillabe e l’ultima parola è tronca, i versi pari invece sono formati da sette sillabe e l’ultima parola è piana.
In realtà la seconda quartina si potrebbe leggere anche come un distico di tredici sillabe, nel quale ogni verso è composto da un emistichio di sei sillabe e da un altro di sette.
Nei versi pari si ripetono gli stessi identici suoni consonantici RCN e sembra che aprano la strada alla chiosa che è l’allocutivo cui l’intera giaculatoria è rivolta e che presenta consonanza ptr: Patri di li peccatura.

8)
Trema lu ’nfernu 5
chiamannu a ‘stu Patri / di li peccatura, 12 (6+6)
dicennu: viva! 5

Il primo verso è di tradizione colta; infatti Proclo , nell’omelia 13 In Sanctum Pascham scrive: τρέμει ὁ ἅ1δης Θεόν, tremit infernus Deum, che, alla lettera, vuol dire: l’inferno trema davanti a Dio. Celebre anche la frase di San Bernardo , riferita però alla Vergine Maria: “Coelum ridet, Mundus exultat, infernus contremiscit” ossia il “Cielo ride, il Mondo esulta, trema l’inferno”.

da domenicopassantino83.wordpress.com