Giuseppinu di la Diana: icona di una Sicilia che non c’è più

di Giuseppe Oddo

giuseppinu di la diana«Il suo cognome è irrilevante, ma Giuseppino è stato una figura caratteristica del paese». Così ebbe a scrivere alcuni anni fa sul giornalino della parrocchia di Cefalà Diana il generale La Bua. È tuttavia fuor di dubbio che anche coloro cui la natura è stata matrigna sono registrati all’Anagrafe con un preciso cognome, non meno rispettabile di quello delle persone baciate dalla fortuna. Giuseppe Malacria, meglio noto come Giuseppinu di la Diana, era un povero ritardato psichico che, fino a metà degli anni cinquanta, si guadagnò il pane rifornendo d’acqua potabile (attinta con la quartara) la caserma dei carabinieri e le famiglie benestanti di Cefalà Diana.
Gli anziani lo ricordano – con la sua barba rossiccia incolta, infagottato in vecchie divise kaki della “benemerita” o abiti usati, scarponi militari ai piedi di almeno una taglia superiore alla propria – attraversare la piazza principale del paese, tutto preso dai lavori abituali: consegnare l’acqua ai clienti e correre alla stazione dei carabinieri di via della Caserma dove, male che andasse, rimediava sempre un po’ di soldi e qualcosa da mettere sotto i denti. In seguito all’arrivo dell’acqua corrente nelle case di Cefalà Diana e alla contemporanea soppressione della caserma dei carabinieri, Giuseppino si fece costruire un carruzzuni, formato da pochi assi di legno e tre cuscinetti a sfera (roti a pallini) di cui cominciò a servirsi nella bella stagione per andare a raccogliere legna da ardere, asparagi e origano nel bosco della Ficuzza, con la speranza di venderli a terzi.
A pensarci bene, Giuseppino, l’icona più stravagante del paese a piè del Castello normanno eretto a cavaliere delle Terme arabe, era dianese d’adozione, essendo nato a Mezzoiuso il 13 dicembre 1916. Nemmeno questa precisazione rende però giustizia alla figura forse più pittoresca delle valli del Milicia e del San Leonardo. Giuseppinu di la Diana era originario del paese del Mastro di Campo per modo di dire: in realtà, aveva esordito al mondo a Campofelice di Fitalia, allora frazione di Mezzoiuso; ed era abbastanza conosciuto anche negli altri centri della zona, da Villafrati a Godrano, a Baucina, a Bolognetta, a Marineo, a Misilmeri, a Villabate…
Per parte mia, ricordo di averlo incontrato la prima volta negli anni cinquanta. Vestito da carabiniere, Giuseppino portava uno scapolare liso e rammendato, una paletta in mano e sostava all’angolo della stazione ferroviaria di Villafrati, deciso a fermare i conducenti degli automezzi diretti ad Agrigento. Lo rividi qualche anno dopo nella contrada San Lorenzo di Cefalà Diana, limitrofa alle ultime case di Villafrati. Era il giorno della festa della Madonna di Mezz’agosto. Lo spiazzale antistante alla chiesetta era gremito di fedeli che cantavano inni mariani. Nel pianoro sopra le case del barone stava per cominciare il gioco dei pignateddi. Ai margini dello stradale c’erano le bancarelle di calia e simenza, mennuli agghiazzati, cubbaita, gelatu di campagna… e i venditori di muluna russi. Giuseppino addentava una grossa fetta d’anguria e guardava sorridente un tal Fulineddu (anche lui dianese) che, scompisciandosi dalle risa, decantava il bello del muluni russu, «l’unico frutto della terra che si mangia e si beve, lavandosi nel frattempo la faccia».
Potrei anche aggiungere che un giorno incontrai Giuseppino nella salita di Portella di Mare, intento a trascinarsi il carruzzuni carico di legna di mandarino; e non mi sarebbe nemmeno tanto difficile riferire i termini di certi suoi “battibecchi” con Totuccio, lo scemo di Villafrati, e Cicciu Curidda, al secolo Ettore Gentiletti, uno stagionato trovatello altrettanto tocco, che non si stancava mai di chiedere notizie sul suo fantomatico genitore, «il famoso generale, commendatore Osvaldo Gentiletti»; ma correrei il rischio di togliere spazio alla descrizione di un episodio di cui si continua tuttora a parlare in molti paesi dell’entroterra palermitano.
Era una di quelle giornate d’inverno caratterizzate da una pioggerellina assuppa-viddani che penetrava nelle ossa di chiunque fosse costretto a recarsi in campagna. La nebbia scendeva fitta dal Pizzo Vuturo e, attraverso la Grutta Carciara, scendeva a valle, quando un pastore, con tanto di vraca e casacca di pelle caprina, raggiunse con il suo gregge la trazzera che porta a Portella di Loreto e Ciminna. Oltrepassare la strada, fangosa e piena di pozzanghere, e scoprire dietro un piccolo sperone gessoso il cadavere di un anziano, per il guardiano di pecore fu questione di un paio di secondi; e non ci volle più tempo per rendersi conto che il morto era Giuseppino. L’aspetto fisico e la barba incolta, rossiccia a chiazze grigie, erano lì a dimostrarlo.
Il pecoraio si precipitò ad avvertire la caserma dei carabinieri di Villafrati (distante poco più di un miglio dal luogo del ritrovamento del cadavere), con il risultato di sentirsi rispondere che la stazione dell’Arma competente era quella di Mezzoiuso, nel cui territorio si era verificato il decesso. Fu però sufficiente che il denunziante facesse il nome di Giuseppino, perché il maresciallo si attivasse per comunicare alla svelta alle competenti autorità quanto era accaduto. Di lì a poche ore l’ufficiale sanitario di Villafrati riconobbe il cadavere e redasse il certificato di morte di Giuseppino. Non ebbe difficoltà a identificarlo nemmeno il pretore di Mezzoiuso, che fu lesto a disporre il trasferimento della salma a Cefalà Diana. Prima che facesse notte, il cadavere fu sistemato in un tabbutu come Dio comanda e portato al cimitero, nell’attesa dei funerali dell’indomani. Il Comune aveva già dichiarato la propria disponibilità a farsi carico delle spese e, in segno di rispetto alla memoria di Giuseppino, il venditore di tabbuti s’era sentito in dovere di offrire una cassa di legno pregiato a condizioni di realizzo.
Per farla breve, quella notte non ci fu un solo dianese che si consegnò in braccio a Morfeo senza recitare almeno una preghiera per l’anima di Giuseppino. Il custode del cimitero non riuscì a chiudere un occhio. Si alzò prima del solito e drizzò i tacchi verso il posto di lavoro, per mettersi a disposizione di quanti volessero rendere omaggio al caro estinto. Ma quali non furono la sua meraviglia e il suo spavento allorché incontrò sulla strada per il camposanto Giuseppino! Vivo, sano come un pesce, sorridente più del solito, avvolto nel vecchio scapolare e con un nodoso bastone di mandorlo in mano. Avesse avuto ancora qualche dubbio sull’identità della persona incontrata, Giuseppino lo salutò: Baciamu li manu. «Miracolo, miracolo!» gridò istintivamente il povero custode. «Giuseppino è risuscitato!». E se la diede a gambe a rotta di collo. Arrivato al cimitero, tolse immediatamente il coperchio al tabbutu per vedere se c’era ancora il morto.
Constatato che c’era, il custode capì che c’era stato un qui pro quo e corse al municipio per parlarne con il sindaco. Poche ore dopo piombarono a Cefalà Diana l’ufficiale sanitario che aveva redatto il certificato di morte e il pretore di Mezzoiuso, sconcertati, increduli, ansiosi di accertare la vera identità del barbone deceduto sulla trazzera per Ciminna, quasi al confine dei territori di Villafrati e di Cefalà Diana. Per chiarire l’equivoco fu tuttavia necessario che le autorità di un altro comune (se non ricordo male, Ciminna) diramassero un comunicato per denunciare la scomparsa di un loro concittadino mentecatto e senza fissa dimora, che poi risultò esser sosia del Malacria. Acclarata finalmente la verità, il caso non fu privo di strascichi polemici tra l’Amministrazione comunale di Cefalà Diana e quella del paese del morto, che avrebbe preferito portarsi la salma dentro una cassa più spartana ed economica di quella destinata a Giuseppino.
Giuseppinu di la Diana visse ancora un paio d’anni e fino al 16 agosto 1982 – quando passò a miglior vita per un banale raffreddore – non gli mancò mai il rispetto dei dianesi. Il parroco si fece carico di somministrargli tutte le sere un pasto caldo; i vicini di casa continuarono ad adoperarsi per rendergli meno difficile la vita. Certo, ogni tanto i ragazzini gli tiravano qualche scherzo di pessimo gusto e si dava pure il caso che lo spiritoso di turno gli ricordasse l’episodio della sua supposta resurrezione. Il mite Giuseppino in questi casi diventava una iena: non ci pensava due volte a inveire contro gli impertinenti, brandendo il bastone, cui si appoggiava negli ultimi anni. I suoi scatti d’ira trovavano però comprensione nella gente assennata che lo considerava parte essenziale della comunità locale. Prova ne sia che dopo che fu trovato morto nella sua casa-legnaia di un solo vano, in via Cuba, n. 2 (in mezzo a una catasta di legna e un esercito di topi ballerini), Giuseppino ebbe fatto un funerale cui partecipò una folla che non s’era vista nemmeno dietro il feretro del Signurinu di la Diana, il galantuomo ossequiato dal popolo con le stesse parole già riservate al Duca di Cefalà: A li peri di Voscenza, Signurì, ai piedi di Vostra Eccellenza, Signorino.
L’omaggio popolare a Giuseppino, al suo sorriso ingenuo e bonario da svantaggiato solitario e imprevedibile, alle sue manie, ai suoi stessi vuoti di memoria documenta uno degli ultimi momenti di esistenza di una civiltà – la contadina – da non rimpiangere e, nondimeno, pregnante di valori autentici, rispettosi della dignità dei “diversi”, a cominciare dallo scemo del villaggio.