Patri di razzi siti: fede e devozione secolare di un popolo

di Vito Lazzara 

Il paesaggio ed il centro abitato di Ciminna, nelle prime due settimane di maggio, può essere definito come il finale di un gioco d’artificio. Il verde scuro del grano è frammisto al lilla delle spatuliddi (gladiolo selvatico), la fluorescenza color vinaccio della sulla ha preso ormai il sopravvento sul verde della pianta, e le distese di margherite gialle e di rossi papaveri fanno a gara per predominare sui terreni incolti. E, mentre la vista rimane abbagliata da queste luci e da questi colori, l’udito viene circondato e assediato dal ronzare di parpagghiuna e catarineddi (insetti e coccinelle), dal gracidare di ciavuli (gazze), nonché da motozappe manovrate saggiamente dai contadini che preparano il terreno per la semina e messa a dimora degli ortaggi estivi…; l’aria è satura di quell’odore tipico di questo periodo e che, ahimè, è indescrivibile a parole poiché la lingua è impegnata nell’assaporare una piccola mandorla raccolta da un albero. Una vera e propria estasi di sensi!

Mentre quest’ultimi rimangono ancora paralizzati, un semplice forestiero pensa che entrando in paese, bevendo magari un po’ d’acqua presso una fontanella, possa riprendersi. Ma viene ancora rapito dal caotico e ordinato spettacolo: grandiose luminarie; bandiere gialle e rosse che sbucano dai balconi circondate da petunie, viole, rose, gerani, calle e gigli; massaie intente a pulire il piccolo tratto di marciapiede che gli appartiene e infine un gruppo di bambini che, con una scatola di cartone “Parmalat” con incassati all’estremità due manici di scopa e sulla superficie un’immagine sacra, simulano quello che avverrà nei giorni appresso: la festa e la processione del SS. Crocifisso.

La prima domenica di maggio Ciminna festeggia il suo Crocifisso o come lo chiamano gli abitanti, “u Patri di razzi”: Padre di grazia, sia perché per i ciminnesi è fonte inesauribile di ogni bene, sia perché a partire dal 1623 volle manifestare attraverso dei segni- miracoli la sua misericordia e bontà al popolo devoto. Ciminna, infatti, festeggia la festa del SS. Crocifisso la prima domenica di maggio in ricordo della prima processione avvenuta più di trecento anni fa. Ma adesso occorre risalire alle origini di tale devozione e andare indietro nel tempo sino allo stesso periodo in cui il Manzoni ambienta i suoi Promessi Sposi: il ‘600. Allora Ciminna era una fervente e popolosa cittadina; ne è riprova una pregevole tela del 1625 e il diario del ciminnese Don Santo Gigante. Nella tela, in basso, è raffigurato il paese di Ciminna; possiamo, quindi, ricavare molte informazioni di carattere etnografico, religioso, demografico (composizione architettonica delle case, la presenza di conventi e di chiese), che lo caratterizzano come un centro abbastanza sviluppato.

Don Santo Gigante – vicario foraneo, dottore in Sacra teologia – oltre a fornirci un trend dell’andamento demografico negli anni 1620-1660, è instancabile testimone delle manifestazioni miracolose e ce le consegna tramite la Historia della miracolosa immagine del SS. Crocifisso di Ciminna.

Secondo quanto scrive Don Gigante, nel 1623 un certo Bartolo Caiazza, viene assassinato. Il mattino seguente si raccolsero presso il suo domicilio i religiosi, il clero e le confraternite, fra cui quella di san Giovanni Battista, avente come insegna il detto Crocifisso. Ma avviato il corteo funebre, il giovane che portava la detta immagine non poté sollevarla dal suolo, né staccarla dal muro finché il cadavere non venne seppellito. D’allora in poi essa venne collocata su un altare della chiesa di san Giovanni Battista. Intanto la devozione cresceva e il 14 maggio del 1651 si pensò di fare una processione. Proprio in questo giorno avvennero le numerose manifestazioni miracolose: storpi camminarono, cechi acquistarono la vista, e numerose furono le guarigioni da ernie inguinali. Deciso di portare in processione per le vie del paese il Crocifisso, persino l’itinerario di questa venne stabilito dalla Sacra Immagine che in certi tratti sfuggiva dalle mani dei portatori. L’autore nel raccontare questi avvenimenti si giustifica scrivendo così: «Per tutto quanto di miracoloso viene narrato dal Sacerdote Don Santo Gigante in questa “Historia”, il Redattore si rimette al giudizio della Santa Chiesa Cattolica Romana, non intendendo dare ai fatti esposti dall’Autore altro valore e altra verità di quella che meritano le notizie storiche umane»[1].

Antica fotografia della Vara del SS. Crocifisso, foto di G. Alesi

Il 1651, quindi, per questa piccola cittadina di provincia è una data di rilievo, una pietra miliare nella storia della sua vita religiosa. Da allora gli elementi essenziali di quella prima processione, con poche varianti, si ripetono costantemente ogni anno e la devozione dei fedeli diventa sempre più forte tanto che, ormai, non si può pensare Ciminna senza volgere il pensiero al suo Crocifisso nero. I festeggiamenti hanno inizio il primo maggio con l’apertura dell’ottavario che come la parola stessa dice, consiste in un periodo di otto giorni di culto verso il SS. Crocifisso. Ogni giorno vengono celebrate due Messe: una la mattina e una solenne la sera. Solitamente quest’ultima viene presieduta da un predicatore, invitato da fuori appositamente per l’occasione; egli nelle sue omelie medita sul sacrificio del Calvario o altri temi affini. La chiusura dell’ottavario avviene l’otto maggio. All’interno di questo periodo il giorno che cade di domenica sancisce il giorno della festa vera e propria.

Già dalle prime luci dell’alba del giorno uno, si possono notare gruppi di donne che partendo dalla chiesa di san Giovanni compiono u viaggiu; esse, spesso a piedi scalzi, con in mano la corona del rosario e nell’altra una lunga candela accesa detta torcia percorrono il medesimo tragitto della processione, pregando (foto a lato, foto di G. Alesi). Tuttavia essendo u viaggiu, soprattutto, “cose di donne”, mi faccio aiutare da un’anziana signora a comprendere meglio di cosa si tratta: «U viaggiu u fannu i fimmini e raramenti l’omini. Veni fattu pì prummisioni oppure sulu pi divuzioni. A prummisioni po essiri o picchi cci fici a razia o picchi l’aspetta. A secunnu i casi u viaggiu u po’ fari pi tutti ottu iorna o pi tutta a vita»[2]. Diverse sono le preghiere proferite durante questa pratica di pietà, dipendendo molto dalla devozione personale: il Rosario comune della Vergine, quello di san Vito, di santa Lucia, di san Giuseppe, ecc…Non manca il Rosario del Crocifisso di cui trascrivo il testo:

Grani grossi:

Oh Gesù appassiunatu

alla cruci fustivu nchiuvatu

lu me cori accussi ngratu

chianci li me peccati,

iò vi vegnu a visitari

Redenturi nun m’abbannunati.

Grani piccoli:

E decimila voti aruramu lu Redenturi (ventimila, trenta mila, fino a cinquantamila o centomila). Aruramu sempri spissu Gesù lu Crucifissu.

Un momento del viaggiu, foto di G. Alesi

Campanaro a S. Giovanni, foto di N. Scimeca

 

U stinnardu in Vicolo Citrano, foto di G. Alesi

Durante i giorni dell’ottava la chiesa rimane aperta al pubblico da mattina a sera ed è meta di continui pellegrinaggi, chiamati anch’essi viaggiu. È da ricordare che fino a qualche anno addietro l’Immagine era nascosta alla vista dei fedeli per tutto l’anno e concessa alla devozione per questa occasione e per altre sparute circostanze, per cui era in uso tra il popolo dire “ u Signuri è apertu”. Per tutta la giornata i fedeli sono richiamati da campaniati, dallo scampanio festoso delle campane.

L’approssimarsi della festa è annunziato alla vigilia dal giro dei tamburi con lo stendardo per le vie del paese. La festa vera e propria ha inizio il sabato pomeriggio con lo sparo dei mortaretti, chiamato Entrata perché segna, appunto, l’ingresso nel momento festivo. Terminati gli spari, inizia dalla piazza Umberto I il giro del corpo bandistico locale “Giuseppe Verdi” per le vie del paese. La sera la gente prima di andare a vedere l’orchestrina (spettacoli di musica leggera, cabaret, ecc..), partecipa alla liturgia dei vespri alla quale intervengono anche le autorità civili e militari.

L’indomani, il giorno di festa è annunziato dallo sparo di fuochi d’artificio che prende il nome di Alborata. Sin dal primo mattino è già allestita la fiera; una serie di commercianti, infatti, sono pronti per vendere la propria mercanzia: attrezzi per il lavoro agricolo, utensili vari, ma anche animali come galline, tacchini e un tempo anche muli, cavalli, pecore e capre. Tale momento diviene per i ciminnesi e per gli abitanti dei paesi limitrofi occasione di dialogo e di aggregazione; durante la fiera vincoli vecchi vengono rinsaldati e nuovi ne vengono formati.

Il cambio della Croce, foto di N. Scimeca

Uno dei momenti più attesi dalla popolazione è la Messa Solenne celebrata alle ore 11:00 nella chiesa di san Giovanni. È un momento atteso soprattutto perché, da una decina di anni a questa parte, alla traslazione del Crocifisso dalla croce di legno alla croce in argento da porre sul fercolo possono partecipare tutti, mentre prima tale prassi si svolgeva in una stanza molto angusta e quindi di capienza limitata. Subito dopo la messa, la chiesa invece di svuotarsi si riempie fino all’inverosimile per assistere all’evento: le tre navate diventano un tappeto di teste, i giovani si arrampicano sulle colonne, molti salgono sui gradini degli altari laterali. Allora il sacrista, il parroco e altri sacerdoti salgono (servendosi di una scaletta posta dietro l’altare maggiore) nella nicchia che custodisce la preziosa immagine: giunti là chiudono la grande cancellata di ferro. Dopo pochi minuti, il tempo di staccare il Crocifisso dalla parete, il cancello si spalanca e immediatamente sembra di sentire il boato di un tuono: applausi, suono di campane interne ed esterne alla chiesa, fuochi d’artificio, gente che grida invocazioni e il coro che canta. U patri razzi, quindi, viene portato davanti l’altare maggiore dove avviene il cambio della croce.

Durante tutte queste fasi e sino all’intronizzazione dell’immagine sulla vara, il popolo spinto dalla fede prega, applaude, si commuove, ma soprattutto invoca chiedendo grazie e lodando Cristo con le seguenti frasi:

“La grazia ri l’arma, la saluti e la binirizioni di la campagna cci l’avemu a raccumannari a stu Patri amurusu divennu: viva”!

“E cu scinniu lu mericu di tutti li malati, chiddu chi guarisci cechi, surdi e muti e cu voli grazia cchiù forti l’avi a chiamari stu Patri amurusu ricennu: viva”!

“E cu scinniu chiddu chi guverna cielu, terra e mari, e cu voli grazia cchiù forti l’avi a chiamari stu Patri amurusu dicennu: viva”

“Patri di li Grazi siti e grazi n’aviti a fai, a nutri peccatori aviti a perduanari e cu voli grazia cchiù forti l’avi a chiamari stu Patri amurusu dicennu: viva”!

La gente torna a casa per il pranzo, mentre altri organizzatori si preparano per “A furriata ri torci”, ossia il giro delle torce. A furriata ri torci, consiste in una sfilata per le vie principali del paese che ha come traguardo lo spiazzale antistante la chiesa di san Giovanni. A questo corteo partecipano, montando i rispettivi animali, tutte le persone che possiedono cavalli o pony. La sfilata ha come punto di partenza a Pircalora, la piazza Alcide De Gasperi da cui cominciano a marciare già a partire dal primo pomeriggio. Il corteo è aperto, quindi, dai pony, poi dai cavalli, seguito dalle Retini, durante il percorso però si unisce alla sfilata la banda musicale trovando collocazione alla fine del corteo, mentre lo stendardo con i tamburi lo aprono. Cuore della manifestazione è a Retina. La Retina è una sequenza di sette muli, legati uno all’altro, e guidata da un uomo che cavalca il primo animale. Quest’uomo, oltre a guidare la serie di animali percorrendo le vie del paese lancia alla persone posizionate davanti ai loro usci o sui balconi dei cuppiteddi (sacchetti contenenti confetti, caramelle, cioccolatini). Come dicevo poc’anzi, il giro per le vie del paese si conclude nella piazza antistante la chiesa. In questo luogo la Retina, posizionatasi al centro della piazza, inizia a girare seguendo un tragitto circolare antiorario: il guidatore getta alla gente una quantità innumerevole di dolciumi: cuppiteddi, sacchetti con biscotti, con mandorle e con ceci tostati, ma anche accendini, pacchetti di sigarette, portachiavi e peluche.

A furriata ri torci presso via San Sebastiano, foto di A. Alesi

I Retini solitamente sono due, una detta “patronale” e l’altra detta del “comitato”. La differenza sta nel fatto che quella “patronale” è interamente finanziata da un privato, mentre quella del “comitato” è pagata dal comitato organizzatore della festa e la persona che monta la Retina ha solo il compito di inchiri i cuppitedda, riempire i coppettini (insomma si fa carico di preparare e distribuire i doni). In quella “patronale”, inoltre, la persona doveva cercare i robbi: capistu, campani, cianciani e mantellina per addobbare i muli. Dicevo prima che la retina è formata da sette muli, di cui il primo è occupato dal “guidatore” della retina, dal secondo al quarto i muli sono carichi di frumento, il quinto di avena, mentre il sesto e il settimo di crusca. Gli ultimi due sono carichi di crusca perché essendo questa molto leggera permetteva alle ultime bestie che dovevano girare più dei “colleghi” una maggiore agevolezza e una minore fatica. Fino a qualche decina di anni fa chi faceva la Retina era a volte fautore di una serie di acrobazie. Durante il lancio di doni, egli poteva mettersi in ginocchio o persino in piedi sulla sella del mulo e continuare a girare lanciando doni al suo pubblico.

Illustrazione di F. Passantino

Cavaliere con torcia, coll. G. Torina

Ben diverso era anticamente il corteo che si svolgeva prima di arrivare in piazza san Giovanni. La parata era inaugurata sempre dallo stendardo accompagnato dai tamburi, ma a questi si univa a “Bifaredda”, strumento a fiato simile al flauto, di suono acuto, che accompagnava il rullare degli strumenti a percussione. Per questa ricorrenza i suonatori erano soliti eseguire una performance musicale che serviva da accompagnamento al ballo dello stendardo. Il corteo poi, era composto da due file di muli poste ai bordi delle strade. I muli, carichi di frumento, erano montati dai loro rispettivi padroni che per devozione tenevano in mano una torcia ossia una composizione cilindrica di fiori di carta o freschi dalla cui estremità pendevano dei nastri colorati e alla quale raramente poteva essere attaccata della carta moneta che sostituiva il grano. A cavalcare il mulo erano uomini che chiedevano una grazia o scioglievano una prummisioni: la partenza di una persona cara, la nascita di un figlio, per cui si era in uso dire “ci â fari a torcia”. La presenza del frumento è giustificata dal baratto ancora in uso, per cui il possesso di questo prezioso cereale era motivo di ricchezza ma soprattutto dava possibilità di sfamarsi, in un’epoca in cui il pane e la pasta era elemento base ed essenziale del sostentamento e la mancanza motivo di difficoltà e disperazione per interi nuclei familiari. Tenuta presente questa considerazione, facile ci viene decifrare l’espressione dialettale “a festa si facia cu furmentu”. Provo a immaginare l’emozione del capo- famiglia che preparava e montava la bestia per questo pellegrinaggio, provo a immaginare i suoi occhi gonfi, la sua mente e il suo cuore soprattutto, carichi dei desideri suoi e di tutta la cerchia familiare: di trepidazione e speranza se la torcia era di richiesta, di sollievo se la precedente richiesta e invocazione era stata accordata. Immagino quest’uomo con la forza e fierezza di un padre che sta andando a parlare con un Padre e che sicuro capirà e com-patirà ogni cosa. Oggi la scomparsa dei muli a Ciminna ha portato pure alla trasformazione di tutto questo. I robbi, cioè la bardatura, montata sui muli era di proprietà delle famiglie, realizzata di proposito, utilizzata solo per quest’occasione e tramandata di generazione in generazione, come avviene nella nostra comunità, per altro vestiario di carattere religioso. A seguire prendevano posto i Retini, diverse per numero e allestite anche per prummisioni. La scelta dei muli per la composizione della sequenza era occasione di un lungo preparativo. I muli venivano scelti e prenotati tra le migliori bestie del paese e provate se necessario per vedere come procedevano, mentre per il proprietario che vedeva il proprio animale all’interno della Retina era occasione di vanto e di orgoglio. Anche le bardature venivano scelte e accoppiate tra le più belle in possesso dalle famiglie e la richiesta del loro prestito avveniva con largo anticipo. I cuppiteddi, un tempo realizzati in stoffa, contenevano meno varietà di prodotti anche se non meno costosi e preziosi: mandorle e ceci caliati (tostati), vivilla (cannellina), e qualche confetto. L’offerente poteva donare, oltre ai doni lanciati al popolo, l’intero carico dei muli. Infine, per concludere questo excursus storico, volevo riferire di un altro momento molto atteso dalla popolazione: la corsa dei cavalli, gareggiata nei giorni da sabato a domenica. Per questa ulteriore esibizione, la numerosa presenze di Retini e l’assenza dell’ora legale, a ogni Retina veniva concesso un tempo stabilito di permanenza nella piazza.

La vara del SS. Crocifisso durante la processione della domenica, ripresa nei pressi della chiesa di San Domenico, foto di N. Scimeca

Terminata A furriata ri torci, la gente ha giusto il tempo di fare una passeggiata nel corso principale e dopo una frettolosa cena corre per partecipare alla processione. Questa pratica devozionale, considerata il momento più bello della festa, ha inizio verso le 21:00 un buon ciminnese, infatti, non può mancare alla nisciuta (uscita del fercolo dalla chiesa). La processione è aperta dallo stendardo e dai tamburi, cui seguono centinaia di uomini, ma soprattutto donne, con un cero in mano e a piedi scalzi: fannu u viaggiu. Di seguito, avanti al clero, viene portata in processione la statua di san Giovanni Battista. I portatori del Santo sono solitamente degli adolescenti che ogni tanto oltre a gridare le invocazioni che ho trascritto sopra, modificando dove dovuto il nome del Cristo con quello di san Giovanni, gridano una intercessione del genere: e cu sta niscennu chiddu cchiù nicu o chiddu cchiù granni, rispondono gli altri: viva san Giuvanni[3]. Dietro il simulacro del “Precursore di Cristo”, segue poi il clero e il gagliardetto. Le offerte al Santo (in questo caso al Cristo), a Ciminna, vengono solitamente affidate ai membri del comitato che li raccoglie durante la processione. Essi per distinguersi dal resto della popolazione oltre a mantenere delle “santine” in mano da dare al devoto che ha elargito l’offerta, si posizionano attorno al già menzionato gagliardetto. Le elemosine, però, non vengono conservate in qualche posto nascosto, ma dopo aver selezionato velocemente le banconote di grosso taglio, vengono fissate in un gagliardetto a bella vista di tutti. L’immagine del Crocifisso, infine, è solitamente preceduta da un individuo che sorregge a coppa: si tratta di una coppa contenente della brace in mezzo alla quale brucia dell’incenso in omaggio al Cristo. Alla fine avanza lento e maestoso il fercolo settecentesco con il simulacro del Patri ri razzi, il quale ogni tanto interrompe la lentezza dei movimenti con i miraculi. I miraculi ritenuti manifestazioni divine, in verità altro non sono che movimenti indotti alla vara dai portatori più spiritosi. Questi, a loro piacimento, trattengono o persino fanno indietreggiare il fercolo puntannu i peri (facendo forza sui piedi e alterando a loro piacere il delicato equilibrio del fercolo). Bisogna dire che ultimamente si fanno raramente queste cose perché i portatori sono stati ripresi dai sacerdoti. I portatori della vara sono circa sessanta e vestono tutti la medesima divisa: portano pantaloni, scarpe e camicia di colore bianco e hanno una striscia di stoffa cinta ai fianchi di colore rosso, chiamata fascia. In queste fascie le massaie ricamano motivi che rimandano alla Passione di Cristo: chiodi, scala, lancia, palme. I portatori durante il tragitto, gridano delle invocazioni uguali a quelle trascritte sopra per la scinnuta. I vuci, le invocazioni del tipo: “E cu scinniu lu mericu di tutti li malati, chiddu chi guaisci cechi, surdi e muti e cu voli grazia cchiù forti l’avi a chiamari stu Patri amurusu ricennu: viva!”, viene spesso modificata nella parte e cu scinniu, con altre allocuzioni che fanno riferimento all’azione della vara: cu sta acchianannu (nelle salite), cu sta trasennu (all’ingresso delle chiese), cu sta niscennu (all’uscita delle chiese), cu si sta arricampannu (quando sta arrivando in una chiesa). Alla grirata del solista rispondono i portatori posti davanti alla vara se il solista è loro compagno, mentre se il solista è nella parte posteriore rispondo quelli di dietro. Può capitare che a ghittari na vuci sia un uomo estraneo ai portatori, allora in questo caso a rispondere sono i varanti della parte più vicina al solista.

Portatori della vara, foto di G. Alesi

Il posto di portatore è oggetto di onore e di prestigio, viene tramandato di padre in figlio, senza alcun diritto per le donne quando all’interno del nucleo familiare sono presenti dei maschi; un tempo poteva essere comprato con ingenti somme di denaro: nel 1946 un devoto comprò il suo posto per 13 tumuli di frumento, l’equivalente del valore di uno stipendio di allora.

Ad accompagnare la processione, dietro il simulacro, si posiziona il corpo bandistico che ormai come una consolidata tradizione esegue brani specifici in determinati punti del paese: subito dopo l’uscita della processione dalla chiesa esegue la marcia chiamata Adua, mentre la Mater Dolorosa viene suonata quando il fercolo arriva in piazza Umberto I, e così via dicendo. La processione della domenica sera, uscendo dalla chiesa di san Giovanni, si conclude nella chiesa Madre dove l’Immagine sosterà per un giorno.

Il giorno seguente viene annunziato nuovamente il giorno di festa con lo sparo dell’Alborata ed alle 11:00 nella chiesa Matrice viene celebrata una Messa Solenne. Il pomeriggio è di nuovo occasione di festa: si esce, si passeggia, ci si diverte qualche volta con spettacoli organizzati dal comitato dei festeggiamenti. La sera avviene la processione di ritorno nella chiesa di san Giovanni. La nota caratteristica di questa seconda sera è la sosta che la sacra Immagine compie davanti all’edicola votiva che oggi sorge nel luogo dove avvenne la prima manifestazione miracolosa. Durante la sosta il parroco ricorda al popolo l’evento mirabile del Crocifisso che non si voleva staccare dal muro, quindi, benedice i presenti. Anticamente il tratto di salita che univa questa edicola alla chiesa era motivo di grandi e lunghi miraculi. Il fercolo per svariate volte arrivava in cima alla stradina per poi scendere rovinosamente giù fino all’edicola. I ciminnesi spiegano il fatto dicendo che come la prima volta ogni anno durante la processione il Crocifisso non vuole staccarsi da quel luogo. Terminata la processione non possono mancare i classici giochi d’artificio che chiudono i festeggiamenti. Tuttavia se l’otto maggio non coincide con il lunedì della processione, i festeggiamenti in parte continuano fino alla chiusura dell’ottavario. L’otto maggio, infatti, (giorno della chiusura) alla fine della celebrazione eucaristica, le persone uscendo dalla chiesa sono allietate dalla banda e da diversi botti.

Don Lunardu Canzuneri, coll. dell’Autore

Manca di riferire sul comitato che organizza i festeggiamenti i cui aderenti sono stati da sempre, e in parte anche adesso, persone di un ceto sociale medio- alto, che la gente accomuna nella categoria sociale di burgisi. La militanza, quindi, era preclusa a chi non possedeva i cavusi di vullutu, emblema di agiatezza. Nel passato financo un sangue blu ne è stato membro e addirittura custode della cassa, sto parlando del “leggendario” Don Leonardo Canzuneri, le cui gesta a cavallo del suo destriero bianco sono nella mente e sulla bocca dei più anziani.

Mi sento fortunato a raccogliere le tante confidenze che gli anziani, e non solo, mi hanno donato in questi anni di ricerca, dalle quali ho potuto gustare e godere delle loro testimonianze di fede verso Dio manifestate attraverso il culto a questa immagine del Patri di Grazi. C’era u zu Cicciu che appena sposato senza possedere nemmeno gli attrezzi da lavoro da le uniche sue ricchezze, quattro tumuli di frumento, ne chiede in prestito altri quattro e li dona come atto di affidamento, dicendo, rivolgendosi alla sacra Immagine nella chiesa di san Giovanni, “Sugnu ntâ li Vostri manu”. U zu Sariddu, anch’ esso da poco sposato, vede passare la processione dalla cantunera vicino la sua abitazione, e offre cinque mila lire, tutto il ricavato dei regali ricevuti dal parentado per il proprio matrimonio. Per tale ragione mi piace, questa festa, perché ogni ciminnese, ha da sempre avuto una confidenza amicale con questa Immagine, ogni uomo e donna, penso che davanti a questo Crocifisso si senta vero, senza maschera, con la propria coscienza a nudo, amato per quello che è, capito per quello che prova, coccolato, sicuro di non essere mai solo! È interessante, infatti, come molti vivono questi giorni come se il tempo rallentasse, a moviola, del resto hanno ben ragione, rivivono magari momenti fondamentali e determinanti della loro vita, momenti in cui forse per la prima volta hanno incontrato Cristo, momenti in cui per la prima volta si sono sentiti davvero amati a prescindere da tutto. Tu lettore ciminnese sai di cosa parlo, magari, forse, ti si stanno riempiendo gli occhi durante la lettura, per questo non voglio aggiungere più nulla, a te invece, che tutto questo sembrano cose antiche, vecchie, cose per creduloni, a te che magari stai leggendo con disinvoltura e distrattamente, giunga il mio augurio di una vera vita dall’incontro dell’amante Gesù.

[1] Gigante S, Storia della Miracolosa Immagine del SS. Crocifisso di Ciminna, Meli F (a cura di), 1951.

[2] Il viaggio lo fanno le donne e raramente anche gli uomini. Viene fatto per una promessa oppure solo per devozione. Secondo i casi il viaggio si può fare per tutti gli otto giorni o per tutta la vita.

[3] Per la processione di san Vito tale intercessione viene invertita nelle parti “cchiù nicu cchiù granni” e nella parte finale viene modificata sostituendo il nome san Vito a quello di san Giovanni: “E cu sta niscennu chiddu cchiù granni o chiddu cchiù nicu”, rispondono gli altri: “viva santu Vitu”.