Dentro la lectio: Esperienze di paternità nel Vangelo di Luca

Dentro la lectio: Esperienze di paternità nel Vangelo di Luca                                                      

In qualsiasi forma narrativa, vedi il racconto, come anche un film o  un’opera teatrale, il primo personaggio che entra in scena, anche se è solo una comparsa, ci resta impresso nella mente.

Nei sinottici il primo personaggio è importante, Marco ci presenta Giovanni Battista, Matteo ci presenta Giuseppe, con il racconto della visione dell’angelo, in Luca il primo personaggio è Zaccaria, il sacerdote,  e di lui ci dà le informazioni necessarie per inquadrarne il tipo (1,5): è un sacerdote che riveste una posizione sociale , culturale e religiosa di un certo rilievo.

C’è un problema: Luca dichiara di volere fare un resoconto ordinato. Fare un resoconto ordinato significa scrivere una storia, una successione ordinata di fatti ed eventi, secondo un prima e un dopo. Luca  vuole scrivere un racconto cronologico, un incontro tra generazioni, vuole raccontare incontri tra generazioni,tra chi viene prima e chi viene dopo.

Ma la narrazione ideale dei primi versetti si interrompe; ad un certo punto  Luca evidenzia una mancanza: la mancanza  di un figlio, che può essere un espediente letterario, per fare andare avanti la narrazione, ma  anche un espediente teologico, perché Luca con  questa mancanza ci dice che quando manca un “figlio” la storia non può  andare avanti, manca l’anello successivo, manca la generazione successiva, il resoconto non torna!

Luca introduce nella storia, nella successione del prima e del dopo ,un  tempo teologico.  Quindi possiamo rilevare che Luca vuol raccontare una storia cronologica, all’interno della quale Dio interviene per spingere in avanti la storia, perché il figlio arrivi, dando un  tempo opportuno: un Kairos, un’occasione speciale,  in uno spazio speciale: il tempio.

Zaccaria è stato estratto a sorte per svolgere il servizio al tempio ( Lc 1,9).  L’estrazione  a sorte nella Scrittura era espressione della volontà in Dio;  Dio vuole che Zaccaria entri nel tempio e abbia un figlio.

Da notare che in tutto il racconto c’è una contrapposizione di spazio: c’è chi sta dentro, Zaccaria,  e c’è chi è fuori, il popolo. Ma tutti, anche se non consapevolmente, sono coinvolti dalla parola centrale dell’Angelo (Lc 1, 13-16): il figlio promesso non sarà solo la realizzazione dei desideri di una coppia, ma “ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio”. Giovanni Battista avrà dunque il compito di ricondurre il cuore dei padri verso i figli. Per gli Ebrei  il cuore non è il “luogo” del sentimento, come per noi occidentali, è invece lo strumento che dichiara, che impegna, che distingue, che specifica.

«Per noi occidentali, il termine “cuore” evoca soprattutto la vita affettiva. Un cuore può essere innamorato, ma anche sensibile, generoso, caritatevole o coraggioso. Un uomo può avere un cuore d’oro o un cuore di pietra, può essere senza cuore o avere il cuore in mano. Per la Bibbia invece, il cuore è una realtà più ampia, che include tutte le forme della vita intellettiva, tutto il mondo degli affetti e delle emozioni, nonché la sfera dell’ inconscio in cui tutte le attività dello spirito affondano le radici » (così M.Cocagnac in “I simboli biblici”, Dehoniane, 1994).

Tutti quelli che nella Scrittura hanno un compito divino oppongono dei dubbi  (Maria, Mosè, Geremia..)ma Dio risponde sempre con una consolazione:  “Non temere…”, Zaccaria è l’unico che viene punito per non avere creduto. Sarà muto, non potrà parlare, perché il suo cuore è rivolto verso se stesso e non verso il figlio. La parola gli verrà  meno, perché se il cuore di un padre non è rivolto verso il figlio, la sua parola, la sua vita diventa lettera muta.

Nella relazione padre- figlio Luca apre un fronte, una prospettiva nuova.

Ricercando l’ esperienza di paternità nei sinottici, troviamo:

In Marco la parola “padre” ricorre 15 volte, ma è  priva di particolare significato. In Marco  centrale è l’esperienza della figliolanza.

In Matteo l’unica esperienza possibile di paternità è quella di Dio padre. L’idea di paternità che ci consegna Matteo può essere sintetizzata nell’ammonimento: “ E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo” (Mt 23,9).

In Luca la paternità umana è presentissima, è una parabola ascendente che  parte da Zaccaria  e arriva al Padre misericordioso. Lc  15, 11-32.

Dentro il testo della parabola                                                                                                                                                         

Leggiamo i primi due versetti della parabola del Padre misericordioso:

[11] Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. [12] Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze”.
E’una scena molto concisa, occupa solo due versetti. In  poche battute il figlio  consuma una scelta determinante della sua esistenza e il padre, senza opporre obiezioni, esegue quanto richiede il figlio.

Luca dà spazio al lettore perché interpreti.

Ma cosa chiede il figlio al padre? Dice il Vangelo: la parte del patrimonio che gli spetta. Il patrimonio di cui si parla  in greco è l’ousia, una parola usata nel Nuovo Testamento solo questa volta. Ma cosa significa ousia?

Ousia deriva dal verbo essere.

Se ricerchiamo la parola  ousia sul dizionario greco troviamo questi  significati

  1. Essenza, sostanza, essere
  2. Esistenza, vita
  3. L’elemento, la sostanza prima, ciò che di una realtà è l’elemento primo
  4. Averi, beni, sostanza.

Primariamente, quindi, l’ousia è ciò che veramente è  al suo interno, ciò per cui una cosa è quel che è anziché un’altra cosa, si tratta dell’essenza, della sostanza di una cosa. Il figlio, quindi, chiede al padre la sua vera essenza e la chiede alla persona giusta, la sua ousia  la vuole dal padre.

 

“E il padre divise tra i figli le sostanze”. Dividere significa spartire, ma significa anche distinguere, determinare, dichiarare.

Il figlio chiede  che il padre gli “riconosca la sua ousia” e il padre gliela riconosce.

All’interno del percorso che dall’esperienza di paternità di  Zaccaria arriva alla parabola del Padre buono,  ci  sono altre esperienze di paternità:

  1. Giairo,  (Lc 8,41-56).
  2. Il padre dell’indemoniato (Lc 9,38-41).

Sia la figlia  di Giairo, che l’indemoniato erano figli unici, particolare che solo Luca riporta. Questo perché Luca vuole sottolineare con forza la relazione padre-figlio,  ci dice che il figlio è l’unica possibilità che ha il padre perché la sua storia vada avanti. Inoltre anche Marco (Mc 9, 17-27)ci riporta il racconto della guarigione dell’indemoniato, ma non dice che quando Gesù guarisce il figlio lo consegna al padre, come fa Luca.

Oltre a sottolineare fortemente la relazione padre-figlio, in questa ripetuta consegna del figlio al padre, Luca non permette  a nessuno di andare né indietro , né prima: il figlio non deve rivolgersi verso il padre, è il padre che deve guardare il figlio. (Lc 9,59-62 “concedimi di andare a seppellire mio padre”…) Tutto questo discorso si sviluppa all’interno di queste due grandi figure, da Zaccaria al padre misericordioso.

A Zaccaria, il sacerdote del tempio, ritorna la parola quando converte lo sguardo verso il figlio e gli riconosce la parte che gli spetta, gli riconosce il nome, che significa dargli una identità, dargli una storia. In questo modo gli dà la  possibilità di sperimentare la sua ousia. Una paternità che nega l’ousìa al proprio figlio uccide la storia.(Lc 6, 22-23; Lc 11, 47)

Nella parabola del padre misericordioso, il padre, che ha il cuore rivolto verso il figlio, predispone tutto affinchè il figlio “ora” abbia veramente la parte che gli spetta, tutto ciò che serve per fare una festa, perché quel figlio ha una festa a cui non può mancare: l’APPUNTAMENO CON LA SUA VITA, CON LA SUA STORIA.

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