‘U Triunfu, dal libro: “Ciminna e l’Immacolata”

Brano tratto da  ARTURO ANZELMO- ANTONIO CUCCIA : CIMINNA  E  L’IMMACOLATA /  Ciminna 2009

triunfu anzelmoUn’altra tradizionale manifestazione indissolubilmente legata alla festa (dell’Immacolata) non pos­siamo dimenticare: ’U Triunfu.

Il sabato successivo all’otto dicembre Ciminna è quasi in subbuglio. Compagnie di giovani e interi nuclei familiari hanno provveduto a vari acquisti destinati alla cuci­na ed è essenziale che non manchi farina e piccante tritato di suino. Nonostante in certi casi la serata sia piuttosto rigida, avendo a volte fatto la sua comparsa la prima neve (semmai questo rende più affascinante e varia l’occasione), per i ragazzi è l’ora di ri­scoprire i cortili, i vicoletti e le stradine più anguste del vecchio centro storico storden­do con il frastuono di botti, canti e balli chi per caso avesse voglia di dormire.

A tarda sera un po’ di calma segna l’inizio di una cena abbastanza rustica. La possibilità di riunirsi nelle case dei nonni dove ancora resiste un forno a legna, di ri­scoprire il braciere di rame pieno di carboni ardenti che riscalda l’ambiente prima che il vino novello faccia sentire i suoi effetti, induce a riscoprire gli antichi sapori della bruschetta,o di altri cibi cucinati direttamente sul fuoco o al calore lento della cenere (’nmpurrazzati). In ogni caso, il centro emozionale resta il forno in cui, prima al calore fiammeggiante si scottano delle rustiche pizze locali, i cuddiruna, indi cuociono, dif­fondento i loro grassi aromi i ’nfriulati[1]  piatto forte ed  esclusivo di questa ricorrenza.

Ancor prima dell’alba della domenica le campane della chiesa di S. Francesco annunciano l’inizio della processione notturna. Il piccolo simulacro della Vergine Im­macolata (non quello del Barcellona) amorevolmente detto ’a Marunnuzza d’u triunfu,[2] brillante nelle sue vesti dorate, posto sul piccolo fercolo viene accolto all’uscita da una folla vociante che tenta di formare un corteo recando delle fiaccole (mazzuna) realizzate con steli di asfodelo (busi di liama) ed al suono frenetico di allegre marcette intonate dalla banda musicale che, inevitabilmente, porta i ragazzi a seguirne i ritmi con  danze e girotondi da poco arcadico baccanale.

Anche il percorso processionale ha un suo originale itinerario non seguendo che parzialmente quello solito. Sarà anche per la stagione, ma in molti crocicchi e piazzuole al passare del corteo, si accendono grandi falò con fascine di legna. I portatori del fercolo il cui incedere nelle altre processioni è regolato dal suono di una campanella che qui è semplicemente ricordato da un suono onomatopeico più o meno ascoltato, non si fermano com’è solito ai crocicchi o davanti ad una chiesa, aspettano la vampa o una macelleria aperta. Il girotondo attorno al falò, l’offerta di salsicce consumate crude ipso facto ed abbeverate da corposo rosso novello, è occasione di sosta obbligata al di là d’ogni regola.

Lungo questo percorso alcune soste sono comunque di prassi in funzione della cantata eseguita da un non del tutto sobrio solista accompagnato dalla banda musicale e dal coro dei più vicini astanti. La processione ha conclusione con il ritorno in chiesa quando le prime luci rischiarano le strade e nella spenta alba di dicembre i botti di una lunga alborata si uniscono ai variopinti colori delle effimere mongolfiere di carta velina –i balluna– che ondeggianti salgono al cielo dal breve spiazzo della piazzetta.

TRIUNFUMG_1233-viDi queste manifestazione le fonti documentarie e della letteratura storica ad oggi disponibili, concordemente tacciono. Più inquietante è il silenzio assoluto del Graziano, che qui abbiamo citato come storico nonostante che avesse speso in quella disciplina della “demopiscologia” le energie dei suoi anni più maturi. E’ pur vero, che la tradizione popolare, pur non “fermata” dalla letteratura, si è ininterrottamente tramandata da padre in figlio ma, con i rischi che le esigenze mutevoli nel tempo inevitabilmente comportano, si rende più difficoltosa la ricerca intorno alle origini di queste manifestazioni.  E’ opinione come essa ricordi la notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1781 in cui i Ciminnesi attesero la venuta del nuovo simulacro. Posto che, se pure con altre modalità, la processione notturna è comune ad altri centri, mons. M. Sarullo (già arciprete in Termini I.) ritenendo la sua origine molto più antica, proponeva un collegamento alle manifestazioni festive con cui gli Efesini accolsero nell’estate del 431, la proclamazione dogmatica di Maria Madre di Dio.

Si conoscono in effetti non poche località[3] in cui la festa dell’Immacolata viene associata a manifestazioni in cui l’uso non esclusivamente mangereccio di frutti o di particolari essenze fogliacee (arancio, alloro) ne costituisce elemento caratterizzante mentre più diffusa è l’usanza di fiaccolate o falò, veglie notturne con pranzi e giochi che qui, avendo luogo all’alba della domenica successiva all’otto, coincidono più o meno con la festività di Santa Lucia cui, dalla letteratura specialistica sappiamo, sono connesse ritualità legate al mito ed al culto della luce non disgiunti dal delicato momento del ciclo agrario. Tra settembre ed i primi di dicembre ricadono tre delle numerose festività mariane[4]: Natività, Presentazione al Tempio (Maronna d’i menzi simenti), Concezione. Tre mesi in cui l’agricoltore paventa. Le piogge abbondanti impoveriscono il terreno e lo raffreddano; la semina ritardata ha effetti negativi sullo sviluppo delle piantine; più sentita è la necessità di propiziazione anche con l’oblazione, da parte dell’intera comunità. Ciminna nell’offerta “barocca” di questa, quasi onnicomprensiva massa di frutti (tardivi o anticipatati, comunque artificiosamente prodotti), oltre che invocarne la benedizione, sembra voler  affidare una speranza alla Vergine affinché provveda anche all’abbondanza di ogni prodotto[5].

[1]      Si tratta di una focaccia farcita con tritato di maiale e cipolla.

[2]      E’ la statuetta lignea dorata e dipinta che si conserva nel tesoro della Matrice, probabilmente esposta in coro durante la recita dell’ufficio da parte della Comunia del clero. A. Anzelmo, Omaggio alla Matrice di Ciminna, Ciminna 1998, p.43.

[3]     Per Palermo ricordo una processione vespertina alla vigilia, nel quartiere della Calsa; in ogni caso G. Pitrè: “Spettacoli e feste popolari siciliane”. Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane a c. di A. Rigoli. pref. di Alessandro Falassi, v.u. (Palermo 1978) 420-423. Giuseppe Oddo mi segnala Un anno di feste. Le tradizioni religiose e rurali Ass. Reg.le Agricoltura e Foreste (Palermo 2000), da cui estrapolo alcune noti­zie sulle tradizioni legate alla festa dell’Immacolata: Caltabellotta, festa di “lu diavulazzu” che viene poi bruciato; Sciara, processione aurorale con fiaccolata, addobbo della vara con fiori ed arance, falò; Portopalo di Capo Passero, offerta all’asta di grandi cuddure, ciambelle votive riccamente guarnite. A Lercara Friddi, come mi segnala Nicolò Sangiorgi,  a cena e al desinare si consuma la muffuletta (ciambella farcita di ricot­ta) la notte della vigilia suonatori girano il paese, durante la liturgia festiva omaggio della municipalità in quanto l’Immacolata è patrona del paese. In ogni caso vedi oggi, N. Sangiorgi, Lercara Friddi, feste e tradi­zioni popolari , Palermo 2005.

[4]     L’epigrafe apposta nel 1670 sul prospetto della  Raccomandata, dedicata all’Assunta, ricordava come nella chiesa si celebrassero sette di dette festività. L’Amato ne dispose la pianta in forma ottagona con sette altari appunto A. Anzelmo, Paolo Amato, la Raccomandata e la chiesa di S. Giovanni Battista in Ciminna, Ciminna 2000.

[5]      Se pure il Graziano su alcune manifestazioni tace (ne noteremo altre ma qui ricordiamo che per invo­care la pioggia si soleva esporre il mezzo busto di S. Francesco di Paola in un terrazzino della chiesa e che anticamente era a Sant’Elia che si domandava la pioggia) riporta ad esempio le belle invocazioni dei porta­tori del fercolo del SS.mo Crocifisso tra cui: «La grazia di l’arma, la saluti, la binirizioni di la campagna ci avem’a dumannar a ’stu Patr’amurusu, dicennu: viva lu Patri di li grazii!». La benedizione è associata co­munemente all’aspersione, ed è proprio quella pioggerellina, che si invoca. Senza alcuna mancanza di rispet­to, si suole appellare il nostro Crocifisso con l’epiteto di Signiruzzu acqualoru.

triunfu 2011

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