1732, Antonino Canzoneri: L’ultimo atto di fede dell’inquisizione

di Giuseppe Guttilla*

Pro Loco Ciminna

                Presso Museo Etnografico – Via Roma – 90023 Ciminna

 2° Quadernetto della Pro-Loco

 

1732  –  L’ultimo atto di fede  dell’inquisizione  –  Antonino  Canzonieri

 

Rogo_inquisizione_ibericaFiglio di Giuseppa e Pietro Canzonieri, nacque a Ciminna il 26 aprile 1673. di famiglia agiata ebbe un solo fratello di nome Antonio che esercitò sempre in Ciminna, fino a 40 anni la professione di Notaio.

Antonino pur potendo vivere nell’agiatezza, preferì stabilirsi a Palermo, ove esercitò la professione di Procuratore Legale. Egli fu anche filosofo e teologo, e sebbene non si trovano tracce scritte intorno alle sue opinioni scientifiche, tuttavia dalle eresie che gli furono imputate dall’Inquisizione e dal grande numero di Teologi predicatori e Maestri di spirito incaricati di convertirlo, si può affermare che il Canzonieri doveva possedere grande cultura e padronanza nell’argomentare le sue opinioni.

Il 5 febbraio 1723 egli fu carcerato per ordine del Tribunale d’Inquisizione, perché era solito negare il precetto pasquale, negava l’esistenza degli spiriti, dei miracoli e dei sacramenti, e credeva che il cielo e la terra, fossero opera della natura e non di Dio.

Non solo, ma egli si vantava anche di essere stato il primo, a cui Dio avesse comunicato il lume della conoscenza su quanto asseriva delle cose divine, e si doleva pure di essere sfortunato nel mondo, perché non aveva seguaci della sua legge, come li ebbero  Ario, Martin Lutero, Calvino, Maometto ed altri.

Fu un filosofo?  Fu un pazzo? Agli  Inquisitori, parve un demente; perciò lo fecero esaminare dai migliori medici di quel tempo, ma gli stessi, unanimemente giurarono con pubblica attestazione che lo stesso era di sana mente.

Quindi, in data 19 dicembre 1729 il Tribunale dell’Inquisizione previa consulta sentenziò e dichiarò  Canzonieri  eretico formale, eresiarca, apostata della fede, pertinace ed impenitente, e come tale rilasciato al braccio secolare con la confisca di tutti i suoi beni. Tuttavia, prima di dare esecuzione alla detta sentenza, gli inquisitori lo fecero visitare da innumerevoli teologi, predicatori, maestri di spirito e uomini di santa vita, che si sforzarono di convertirlo a penitenza con ragione, con industrie e con tutti i mezzi a loro disposizione, fino a farlo esorcizzare dai più bravi esorcisti del tempo.

Ma il Canzoniere si mostrò sempre pertinace nelle sue opinioni, anzi procurò di convertire gli stessi teologi, tanto che il caso parve così grave al Santo Tribunale, che questo  pensò necessario mandare una relazione sommaria al feroce Cardinale Kollenitz – il Terquemada Inquisitore Generale di quel tempo, per riceverne gli oracoli.

Questi rispose il 31 marzo 1731, ordinando che si desse subitanea esecuzione alla sentenza condannando  l’inquisito  ad essere bruciato vivo.

Fu stabilito di eseguire la condanna, nello spettacolo del Sant’Ufficio, che si tenne nella Chiesa di San Domenico il 2 ottobre del 1731.

Tutto era pronto perché il Canzonieri fosse dato alle fiamme nel piano di Sant’Erasmo, dove era stato già preparato tutto, ma il giorno destinato allo spettacolo ed al rogo, alle ore 13 e mezzo il povero Canzonieri, sia per la spossatezza dei patimenti subiti, sia per le veglie forzate, sia per l’amore di riacquistare la libertà, fece  atto di penitenza e si dichiarò temerario, eretico formale e pertinace, per cui non più ostinato nei suoi errori, ma come penitente, usci dal carcere e fu condotto nella sala del tribunale nella chiesa di San Domenico, ivi, mostrando segni di ravvedimento, fu cantato il Te Deum e la sua conversione portò tantissima allegria in tutta la città di Palermo dove egli era molto conosciuto, gli si perdonò la vita ed al posto suo fu bruciato un fantoccio di pezza, dopo di che fu ricondotto in carcere di penitenza.

Ma, trascorsi 20 giorni, scrive il Canonico Dr. D’Antonimo Franchina nel suo breve rapporto alla Santa Inquisizione di Sicilia, con maggiore perfidia di prima, l’infelice Canzonieri ricadde nella sua eresia, ne fu indotto a penitenza dai più dotti e zelanti teologi designati dal Tribunale, perciò finito il secondo ed ultimo processo, fu dal tribunale rilasciato al braccio secolare come eretico impenitente ed il giorno 22 marzo 1732, nello spettacolo pubblico in San Domenico, fu dai giudici condannato ad essere consegnato vivo alle fiamme.

La sentenza fu eseguita lo stesso giorno alle ore 19 e mezza nel piano di Sant’Erasmo in Palermo.

Tale fu la sorte dell’infelice Canzonieri, dopo una lunga prigionia durata nove anni. Da quanto è stato detto, risulta che egli, oltre ad essere conoscitore di questioni legali, lo fu anche per la filosofia e la teologia.

Per l’audacia delle sue opinioni e per l’ardore con cui le sostenne fu dato per pazzo, tuttavia i medici lo giudicarono sano di mente, ritrattò le sue opinioni, ma non lo fece con convinzione. Dagli Inquisitori fu giudicato eretico ed apostata, moltissimi altri lo giudicarono al pari di Galileo un martire del libero pensiero, certo è che egli fu l’ultima vittima dell’Inquisizione e con la sua morte si chiuse la lunga serie di questi funesti spettacoli chiamati atti di fede.

Il suo nome fu ed è stato per troppo tempo dimenticato, perché gli storici hanno sempre ricordato come ultimo atto di fede lo spettacolo solenne di Frate  Romualdo e Suor Geltrude, avvenuta nel 1724, ben otto anni prima di quello ultimo del Canzonieri che avvenne nel 1732.

Il Canzonieri non lasciò eredi, per cui sarebbe opportuno che Ciminna, oggi,  assumesse il ruolo di tenutaria del suo ricordo.

*Presidente Pro Loco di Ciminna

5 Replies to “1732, Antonino Canzoneri: L’ultimo atto di fede dell’inquisizione”

  1. CANZONERI (Cansuneri), Antonino. – Nacque a Ciminna (Palermo) il 26 apr. 1673 da Pietro e da una Giuseppa. Poche notizie abbiamo della sua famiglia e dell’ambiente sociale e culturale in cui si formò: gli fu imposto lo stesso nome di battesimo di un fratello maggiore, che fu notaio e morì a Ciminna nel 1696 all’età di circa quarant’anni. Anch’egli dovette intraprendere e portare a termine studi superiori, giacché nel 1723 esercitava l’avvocatura a Palermo, dove risiedeva. Queste poche notizie in merito agli studi compiuti e alle professioni esercitate dai due fratelli inducono a ritenere che la loro famiglia godesse di una non disagiata condizione economica e che il C. si sia formato in un ambiente sociale di un certo livello. Ma certo, l’aver fissato la dimora a Palenno, l’esercizio dell’avvocatura ed i conseguenti contatti con gli ambienti intellettuali palermitani dovettero influire in modo determinante sulla formazione delle sue idee filosofiche e religiose. Nulla però sappiamo della precisa genesi di queste idee, che ci sono note solo indirettamente, attraverso alcune brevi relazioni, evidentemente tendenziose, del processo subito dal C. davanti al tribunale dell’Inquisizione di Sicilia.

    Il 5 febbr. 1723 fu arrestato per ordine del S. Uffizio sotto l’accusa di eresia. Iniziava così il lungo processo che doveva condurlo al rogo.

    Le narrazioni della vicenda ad opera di contemporanei, cui hanno poi fatto capo tutti gli storici, non alludono a scritti composti e diffusi dal C. prima dell’arresto, ma affermano che egli professasse oralmente una lunga serie di proposizioni ereticali, esposte poi, nel corso del giudizio, in due memoriali elaborati nel carcere e sottoposti al tribunale; questi scritti sono però andati perduti, insieme con le altre carte del processo, a seguito della soppressione del tribunale effettuata nel 1782 ad opera del viceré Domenico Caracciolo. Oltre alle scarne notizie fornite dall’inquisitore Antonino Franchina in un opuscolo sull’Inquisizione di Sicilia e da alcuni cronisti coevi, la sola fonte per la conoscenza delle idee professate dal C. è perciò costituita da un Compendioso raguagliodell’Atto generale di Fedecelebrato inPalermo a 2 ottobre 1731, opuscolo anonimo stampato per iniziativa della stessa Inquisizione siciliana, attribuibile non certo – come ha invece erroneamente affermato il Di Pietro – a Girolamo Matranga, giacché questi fu consultore e revisore del S. Uffizio intorno alla metà del secolo precedente e morì nel 1679, ma forse ad Antonino Mongitore, noto erudito siciliano anch’egli consultore dell’Inquisizione, che ne inserì poi un esemplare fra le pagine del manoscritto del proprio Diario, nel quale pure diede notizia del processo.

    L’autore del Compendioso raguaglio elenca a casaccio diverse proposizioni ereticali enunciate dall’imputato: negazione dei sacramenti, dei miracoli, della potestà pontificia, della consustanzialità del Figlio col Padre, dell’unità e trinità di Dio, dei santi, degli angeli; ma negazione anche della divinità di Cristo e della rivelazione cristiana nel suo complesso. Si tratta, com’è evidente, di una elencazione, se non contraddittoria, quanto meno superflua, dettata probabilmente dallo scopo di accrescere l’orrore nel lettore accrescendo il numero delle proposizioni ereticali professate dal C., giacché la negazione della divinità di Cristo e della rivelazione cristiana avrebbe implicato e compreso le altre. In effetti, il nucleo centrale delle idee del C. dovette essere d’ordine più propriamente filosofico che religioso: egli aderì probabilmente ad una concezione di tipo materialistico, caratterizzata forse dall’influenza di quelle dottrine di ispirazione atomistica che avevano trovato diffusione – come dimostrano le ricerche effettuate dal De Giovanni, dal Badaloni, dal Cortese e dal Mastellone nella cultura meridionale durante la seconda metà del XVII sec. e che agli inizi del Settecento, come attesta lo Scinà, erano penetrate anche in Sicilia; questo lascia infatti supporre un passo del Compendioso raguaglio, dove si riferisce che il C. sosteneva essere “la creazione del cielo e della terra… opera della natura per accidente, a somiglianza dell’erbe, frutti, generazione degli animali ed uomini, e non… opera di Dio”, negava ogni legge divina ed affermava invece l’esistenza di una “legge della natura” (pp. 181 s.).

    Le convinzioni del C. dovevano essere ben radicate e solidamente argomentate se, come narrano tutte le ricordate cronache, l’Inquisizione – dopo avere ordinato una perizia sulle facoltà mentali dell’imputato, che i medici dichiararono sano di mente – incaricò “innumerevoli teologi, predicatori, maestri di spirito ed uomini di santa vita” di tentare la conversione del C., il quale, dal canto proprio, non solo rimase pertinacemente attaccato alle proprie idee, ma cercò anche “di pervertire colle sue false dottrine li teologi” (Compendioso raguaglio, p. 183). Non si vede perciò con quale fondamento alcuni storici (La Mantia, Graziano) abbiano affermato che il C. fosse demente e lo abbiano assimilato a figure come i due religiosi fra’ Romualdo e suor Geltrude, arsi sul rogo a Palermo nel 1724. A prescindere dal fatto che la perizia sull’imputato rientrava nella procedura ordinaria dell’Inquisizione, non pare affatto giustificato accomunare in unico giudizio i due religiosi ora ricordati, condannati come quietisti e molinisti ma affetti da un’evidente psicopatia sessuale, e il C., figura caratterizzata invece da precise convinzioni d’ordine filosofico tenacemente difese in estenuanti dibattiti.

    Il 19 dic. 1729 il tribunale pronunciò la sentenza che dichiarava il C. eretico formale e apostata da consegnarsi al braccio secolare. Il 31 marzo 1731 il cardinale Sigismondo von Kollonitsch, inquisitore generale del Supremo Tribunale di Vienna, dal quale dipendeva allora l’Inquisizione siciliana, ordinò che la sentenza venisse eseguita. Il 2 ottobre del 1731 il C. avrebbe dovuto salire il rogo; ma poco prima dell’esecuzione ritrattò: fu perciò ricondotto in carcere, mentre una nuova sentenza sospendeva l’esecuzione della prima. Trascorse poche settimane, nondimeno, il C., rinchiuso sempre nel carcere del S. Uffizio, tornò a professare le idee per le quali era stato condannato; e i rinnovati tentativi di conversione, nei quali si cimentò anche il nuovo arcivescovo di Palermo monsignor fra’ Matteo da Parete (al secolo, Paolo Basile) risultarono vani. Un secondo e stavolta rapido processo confermò la precedente condanna e il C. fu arso vivo nella piazza di S. Erasmo a Palermo il 22 marzo 1732.

    Egli fu l’ultima vittima dell’Inquisizione siciliana, il numero 201 della non breve serie dei rilasciati in persona, al braccio secolare dalla fondazione (1487) del tribunale, secondo i calcoli eseguiti dal Franchina. Al riguardo, mentre è evidentemente imprecisa per difetto la narrazione di Pietro Colletta, il quale ricordò come ultimi roghi quelli su cui furono arsi il 6 apr. 1724 i due religiosi suor Geltrude e fra’ Romualdo, è peraltro certo che dopo il 1732, contrariamente a quanto affermò Cesare Cantù, non vennero più effettuate esecuzioni capitali per decisione dal tribunale siciliano.

  2. Egregio Presidente della “Proloco di Ciminna”, Giuseppe Guttilla
    Le consiglio di citare le fonti, quali Mongitore 1731, Di Marzo 1856, La Mantia 1886 e il nostro concittadino Dott. Vito Graziano 1911, direi per correttezza e non per altro.
    Andrea Masi
    presidente della “Genesis Ciminna”

  3. Le Pagine di Storia

    Fonti riportate da Salvatore Elia Catalano che tutti potete trovare con una semplice ricerca su internet.

    La Santa Inquisizione e Palazzo Steri.

    Vai all’elenco delle letture sul periodo

    Storie di Sicilia di Fara Misuraca

    Lo Steri e l’Inquisizione

    di Fara Misuraca e Alfonso Grasso

    Palazzo Chiaramonte detto Steri da “Hosterium” (palazzo fortificato) fu fatto edificare dalla potente famiglia Chiaramonte ed è uno dei più importanti monumenti della storia di Palermo e della Sicilia.

    Nota il Pitré “le sue vicende sono vicende di Palermo e la sua architettura è architettura di Sicilia” [1]

    La costruzione del palazzo ebbe inizio nel 1307, per volere dei Chiaramonte, conti dell’immenso e potente feudo di Modica (detto “Regnum in Regno” per la vastità delle contee e per gli immensi privilegi di cui godeva) [2]. Alla committenza di Manfredi III Chiaramonte si deve inoltre il prezioso soffitto ligneo della Sala Magna [3], che con questa magnifica costruzione volle ostentare la potenza della sua Casata.

    I Chiaramonte influenzarono le sorti della Sicilia occidentale in questo periodo storico talmente tanto, da farlo passare alla storia con il nome di “epoca chiaramontana”.

    La storia di Palazzo Steri è intessuta di eventi cruenti sia mentre era proprietà dei Chiaramonte sia dopo che venne confiscato, assieme a tutti i beni della famiglia, nel 1392 quando Andrea, l’ultimo dei Chiaramonte, fu sconfitto e decapitato dagli Aragonesi, proprio nello spiazzo davanti al suo palazzo.

    Dal 1468 al 1517 fu sede dei re Aragonesi (Martino I d’Aragona e Bianca di Navarra vi abitarono) e in seguito dei viceré spagnoli e fu teatro di numerosi moti popolari…

    Concesso nel 1600 al Tribunale dell’Inquisizione del Santo Uffizio, questa terribile istituzione vi si trasferisce nel 1605 per cui l’edificio venne adattato al suo ruolo con la costruzione delle carceri e della sala delle torture al piano inferiore del palazzo mentre, nella antistante piazza Marina, si celebravano gli Auto da Fé (Atto di fede)[4].

    Gli Auto da Fé erano grandiose cerimonie pubbliche in occorrenza delle quali venivano approntati palchi per le autorità, per il clero, per l’aristocrazia e platee per il popolo. L’acqualora vendevano acqua fresca, i “semenzari” bruscolini o meloni d’acqua per far passare il tempo al pubblico nell’attesa dello spettacolo vero e proprio. Nei bandi che pubblicizzavano l’avvenimento, si promettevano indulgenze a tutti coloro che avrebbero presenziato e si minacciava “excomunica maiore”, cioè la scomunica a chiunque avesse tentato di aiutare i condannati. Insomma, la presenza agli Auto da Fé era obbligatoria per tutti i fedeli cristiani dai 12 anni in su [5]. Il nome derivava dal fatto che gli accusati potevano contare solo sull’intervento diretto di Dio che, se innocenti, li avrebbe salvati da rogo e torture. Ovviamente, non c’è traccia nella storia di tali interventi divini e chi finiva al rogo, bruciava e moriva.

    Da Palazzo Steri si snodava una lunghissima processione, costituita dai notabili della città, dal clero, dagli aristocratici, dal popolo, dal Tribunale dell’Inquisizione al completo e, ovviamente, dai condannati fino al luogo dello svolgimento della cerimonia vera e propria che poteva variare di volta in volta ed essere il Piano della Cattedrale, il Piano dei Bologni, di San Domenico, della Loggia, della Vucciria vecchia.

    I roghi si svolgevano al Piano della Marina, di Sant’Erasmo o dell’Ucciardone, le pubbliche fustigazioni si eseguivano girando per le vie della città accompagnate dal rullo dei tamburi.

    I disgraziati che subivano l’Auto da Fé, erano detti penitenziati.

    Tra i penitenziati si distinguevano i riconciliati, coloro cioè che avevano abiurato e gli ostinati e pertinaci, che si rifiutavano di abiurare. I riconciliati scontavano la pena indossando il sambenito, un saio giallo che divenne simbolo di vergogna e di emarginazione per i condannati e per le loro famiglie.

    Di solito i riconciliati subivano pubblicamente la pena della frusta (da 20 a 200 “azzottate”) e poi, se sopravvivevano, venivano avviati ai lavori forzati o nelle carceri o, i più fortunati, al disterro, cioè all’esilio. Gli ostinati e pertinaci invece venivano rilasciati al braccio secolare della giustizia per essere bruciati, poiché la Santa Chiesa formalmente abhorret a sanguine (non permette che venga sparso il sangue di nessuno). Quale miglior maniera per evitare lo spargimento di sangue se non un bel fuoco che tutto purifica?

    Il carcere comprendeva una ricca tipologia di interni tra cui le “Carceri segrete”, per i detenuti in attesa di giudizio e le “carceri della penitenza”, per i condannati a pene detentive.

    Le più tristemente famose tra queste erano quelle vicine all’orologio [6], oggi non più esistente, chiamate “Carceri Filippine” in quanto fatte costruire da Filippo III “ per li rei di fellonia” [7].

    In queste celle non finirono soltanto gli eretici o i colpevoli di atti contro il Santo Offizio ma anche chi commetteva reato di bigamia, di magaria (magia), per “delitto nefando” (omosessualità), per bestemmia ereticale, per atti sacrileghi.

    In verità era assai facile finire nelle segrete dello Steri, bastava che i beni di qualcuno facessero gola a qualche inquisitore o a qualche “familiare” dell’Inquisizione, una denuncia anonima ed il gioco era fatto!

    Durante la sua lunga attività in Sicilia, il Sant’Uffizio inquisì circa 8.000 persone, di cui il 21% donne.

    Di costoro solo 714 vennero assolti, 588 vennero condannati al rogo e il resto a pene corporali e coercitive di varia natura [8].

    Con l’avvento di Carlo di Borbone, l’attività della SS. Inquisizione venne frenata grazie ad una prammatica che ne limitava i poteri e infine il 12 marzo 1782, dietro suggerimento del viceré Caracciolo, Re Ferdinando I ne ordinò la cancellazione.

    Abolita l’istituzione del Tribunale dell’inquisizione, le carceri furono aperte e vennero distrutti gli strumenti di tortura. Vennero purtroppo incendiati in un pubblico rogo anche tutti i documenti relativi all’inquisizione, agli inquisiti, agli inquisitori e tutti i documenti relativi ai “Familiari” dell’inquisizione.

    Il motivo è palese: evitare eventuali ritorsioni di coloro che avevano subito condanne e la confisca dei beni per la cupidigia di “familiari” della SS. Inquisizione.

    Dai primi dell’800 lo Steri divenne sede di uffici giudiziari e nella seconda metà del novecento, dopo parziali restauri, è stato destinato a sede del Rettorato dell’Università di Palermo.

    Durante i restauri compiuti nei primi anni del novecento, nel 1906, lo storico Giuseppe Pitrè riuscì a salvare dalla completa distruzione i graffiti lasciati dai prigionieri dell’Inquisizione in alcune celle delle Carceri segrete. Li portò alla luce di persona, lavorando di scalpello giorno e notte.

    Tra le scritte, e i disegni, che ricoprono interamente le pareti ve ne sono di ironiche e beffarde.

    Allegramenti o carcerati, ch’quannu chiovi a buona banda siti (state allegri, o carcerati ché se piove vi trovate in luogo riparato).

    O che rovesciano la visione cristiana della vita

    Poco patire

    Eterno godere

    Poco godere

    Eterno patire

    Oppure di sfiducia

    Maledetto è quell’uom, iniquo e rio

    Che confidasi in uom e non in Dio

    Se ne trovano anche in latino oltre che in italiano (dell’epoca) e in dialetto. E non mancano sonetti di un certo pregio [9].

    Il restauro novecentesco fu assai contestato per la decisione di eliminare alcuni tra i segni fondamentali della storia del Palazzo, come la Scala dei Baroni, l’antico orologio, la piattaforma dei condannati, le gabbie interne, e tutto ciò che in qualche modo potesse ricordare i suoi orribili trascorsi, legati all’Inquisizione.

    Il Palazzo, a pianta quadrata e massiccia volumetria, segna il passaggio fra il castello medievale e il palazzo patrizio. La rigorosa cortina muraria esterna è alleggerita da eleganti bifore e trifore con tarsie in pietra lavica.

    Ultimamente, durante gli attuali restauri, è stato individuato anche un passaggio segreto che dalle celle conduceva direttamente alla Stanza dell’Inquisitore e l’esistenza di un edificio monumentale sotterraneo di sette metri di lunghezza con una imponente copertura con volte a crociera. L’edificazione di questa struttura si pone nel primo quarto del XIV secolo e all’interno sono stati recuperati reperti e graffiti che nulla hanno a che fare con quelli dei prigionieri dell’Inquisizione (risalgono a tre secoli prima), e non si trova traccia nei documenti storici sulla fondazione dello Steri.

    Recentemente, in tre delle celle del piano terra sono venuti alla luce nuovi graffiti completamente sconosciuti, disegni e invocazioni che potrebbero essere stati lasciati dalle prigioniere accusate di eresia, stregoneria o quant’altro. Secondo Pitrè, infatti, proprio nelle celle del piano terra stavano le detenute del Sant’Uffizio, mentre gli uomini erano reclusi in quelle del primo piano, dove si trovano i graffiti portati alla luce dallo storico.

    “È incredibile come delle donne non rimanesse traccia di sorta – scrisse – mentre degli uomini balzano fuori prove luminose a profusione”.

    Quelle tracce invece sono venute fuori, sotto l’intonaco, nel corso dei sondaggi per ulteriori lavori di restauro dell’intero complesso. Tra tutte spicca una scritta straziante in rosso-ocra, scoperta nella seconda stanza:

    “Cavuru e fridu sintu ca mi pigla/ la terzuru tremu li vudella/ lu cori e l’alma s’assuttiglia” (Sento freddo e caldo, mi ha preso la febbre terzana, mi tremano le budella).

    Nella seconda stanza è pure affiorato parte di un dipinto che raffigura la prua di una nave con una figura umana, e poi parte di un’altra figura umana con un campanaccio in mano, forse un inquisitore.

    Nella prima stanza, una scritta ancora da decifrare, nella terza un calvario con tre croci.

    I disegni e gli scritti incisi nei muri costituiscono una documentazione storica di grande valore anche per la forza che hanno di ribaltare i ruoli: i condannati diventano gli innocenti e i giudici i colpevoli.

    Come il più famoso di essi, Diego La Matina (il frate che uccise il suo aguzzino, Juan Lopez de Cisneros, e a cui lo scrittore Leonardo Sciascia [10] dedicò il suo libro “Morte dell’Inquisitore“) migliaia di uomini e donne furono reclusi nel carcere anche se non colpevoli di efferati delitti: frati e suore, innovatori, scienziati scomodi, poeti, liberi pensatori, nemici dell’ortodossia politica o religiosa, non allineati, ma anche poveracci, falsari, debitori del fisco.

    Molti di loro lasciarono un segno del loro passaggio nelle segrete prima di sfilare verso il rogo o, più fortunosamente, ricevere cento frustate o subire il taglio della lingua.

    Durante il restauro della facciata inoltre sono venuti alla luce i solchi lasciati dalle pesanti gabbie appese dove vennero esposte le teste dei baroni che si ribellarono a re Carlo V. Quei teschi, erano rimasti lì fino all’abolizione dell’Inquisizione nel 1782.

    Oggi il monumento compensa in parte la sua triste memoria con la presenza della grande tela, dono del pittore Guttuso, che rappresenta la “Vucciria”: un tripudio di colori, di forme, di…odori, di vita in una parola sola.

    Fara Misuraca e Alfonso Grasso

    Marzo 2011

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    Note

    [1] G. Pitrè, Del sant’uffizio a Palermo e di un carcere di esso, Edizione on line, Open Library p.4.

    [2] La Contea di Modica comprendeva gli attuali comuni di Modica, Ragusa, Scicli, Pozzallo, Ispica, Chiaramonte Gulfi, Comiso, Giarratana, Monterosso Almo (RG). Le signorie di Caccamo (Pa), Castronovo (CL), di Palma di Montechiaro (AG), di Mussomeli (CL) e di Alcamo (TP). Andrea inoltre ereditò dal padre Manfredi il titolo di Conte di Malta e Gozo. Stabilì la propria corte presso il Palazzo Steri a Palermo.

    Successore del padre Manfredi III, settimo conte di Modica, Andrea proseguì la politica di lotta agli Aragonesi di Sicilia e quando Martino il Giovane, divenuto re di Sicilia in seguito al matrimonio con Maria di Sicilia, riconquistò militarmente l’isola, i Chiaramonte si ritrovarono insieme ai soli Alagona a fronteggiare l’esercito di Bernardo Cabrera. Andrea, sconfitto e tradito, fu catturato e condannato alla pena capitale. Fu giustiziato per decapitazione il 1 giugno 1392 nel piano davanti al palazzo Steri. Con lui la famiglia Chiaramonte si estinse: i beni furono confiscati e divisi fra Guglielmo Raimondo Moncada e il Cabrera.

    [3] Nel soffitto ligneo, decorato da maestri siciliani nel 1377, si svolgono come in un ciclo narrativo una serie di scene ispirate alle avventure cavalleresche.

    [4] L’inizio dell’attività della Santissima Inquisizione in Sicilia risale al 1487. Non dipendeva da quella papale ma direttamente da quella spagnola, creata nel 1486 dal primo “Supremo Inquisitore Fra Tomaso Torrecremata, o Torquemada, Confessore dei sovrani d’Aragona (G. E. Di Blasi, Storia cronologica della Sicilia, riportato da Castiglione in Dizionario…p. 216). In Sicilia l’Inquisizione si diffonde in maniera capillare reclutando “familiari”, cioè collaboratori fra la piccola nobiltà, i giureconsulti e i “civili” di provincia. Non sono pochi gli studiosi che vedono nella diffusione capillare dell’Inquisizione una organizzazione e una mentalità che verrà poi sviluppata dalla mafia. In tal modo l’Inquisizione assicura l’assoluta subordinazione del popolo siciliano al potere e alla nobiltà assicura la libertà di sottrarsi alla giurisdizione del Viceré. L’apice della potenza l’Inquisizione la raggiunse sotto gli Asburgo. Con l’avvento di Carlo III di Borbone l’attività della SS. Inquisizione venne frenata grazie ad una prammatica che ne limita i poteri e infine il 12 marzo 1782, dietro suggerimento del viceré Caracciolo ne ordina la cancellazione.

    [5] V. La Mantia, Origine e vicende dell’Inquisizione in Sicilia, Sellerio, Palermo, p. 67.

    [6] “Lu roggiu di lu San’Uffizio nun cunsigna mai” recita un vecchio detto che sta a significare come difficilmente chi entrava nelle celle dello Steri potesse uscirne.

    [7] G. Palermo, Guida istruttiva per potersi conoscere. Edizione on line Google libri.

    [8] F.P. Castiglione, Dizionario delle figure, delle istituzioni e dei costumi della Sicilia Storica, p. 465- Sellerio editore Palermo.

    [9] Gli affreschi e le incisioni scoperti dal Pitré sono consultabili nel libro Urla senza suono, di Giuseppe Pitré e Leonardo Sciascia, edito da Sellerio.

    [10] Sciascia definisce Fra Diego La Matina (Racalmuto 1622, Palermo 1658) un eroe di cui dovremmo essere fieri, per avere saputo sfidare l’inquisizione, istituzione che mortificava la dignità umana e capace di terribili atrocità.

    Gli eretici erano torturati affinché ammettessero le loro colpe e ritornassero sulla retta via e non c’è da meravigliarsi se in una di queste “sedute” l’eretico Diego La Matina esasperato si sia difeso e abbia ucciso l’inquisitore.

    Quale fosse la sua eresia “originaria”, non è dato sapere giacché i documenti dell’epoca sono andati perduti, anche se Sciascia adombra l’ipotesi di una “rivolta” del frate contro l’iniquità sociale, contro l’usurpazione dei beni e dei diritti che lo avrebbe condotto non alla negazione di Dio, ma all’affermazione che Egli non potesse, “senza essere ingiusto, consentire all’ingiustizia del mondo”. Per quattro volte abiura e per quattro volte viene rilasciato, infine, ribeccato a predicare eresie per la quinta volta, viene arrestato. In prigione uccide l’inquisitore Juan Lopez de Cisneros, fracassandogli il cranio con le manette con cui era legato. Ricostruzione rigorosissima, attraverso i verbali degli interrogatori, le testimonianze di cronisti coevi, e la tradizione popolare.

    E’ proprio dal dettaglio delle “manette” è ripartita l’indagine (che Sciascia, aveva condotto a partire dai diari del marchese di Villabianca dal ricordo di un quadro d’ignoto autore, bruciato a Palazzo Steri dal viceré Caracciolo, in cui si raffigurava Fra Diego nel momento in cui massacrava Cisneros con le sue manette, immagine riproposta anche da Guttuso) grazie ad uno storico dell’Università di Catania, Vittorio Sciuti Russi, che è riuscito a recuperare un documento di eccezionale valore fra gli scaffali dell’Archivio storico nazionale di Madrid: la lettera inviata dall’altro inquisitore di Palermo, Escobar, all’inquisitore generale Diego de Arce Reinoso, una sorta di relazione sui fatti per informare il “Consiglio della suprema e generale inquisizione” e proporre ai superiori di Madrid la canonizzazione della vittima di Fra Diego, come martire.

    La ricostruzione dell’episodio è precisa: Fra Diego uccide il suo inquisitore “con un attrezzo di ferro fra quelli riposti a fianco del tavolo del segretario, fuggito prudentemente dalle scale”. Compare così la notizia di un “ferro” che non dovrebbe trovarsi nella sala adibita al colloquio, al recupero dell’anima, come si vorrebbe da un candidato alla santità .

    Da Madrid accolgono la proposta di Escobar e scrivono a Francesco De Cabrera, l’ambasciatore della “Suprema” a Roma, dando un assenso formale alla richiesta di canonizzazione di Cisneros da avanzare al pontefice. Ma è lo stesso De Cabrera a prendere tempo, a consigliare di processare di nuovo Fra Diego La Matina e di avviare la procedura di beatificazione soltanto dopo aver giustiziato il reo.

    Cauta e prudente decisione. Tempi e tattica rivelano, infatti, la preoccupazione di una possibile inchiesta della Santa Sede con una commissione di vescovi che avrebbe potuto ascoltare lo stesso Fra Diego, ricostruendo “i fatti”, compresa la notizia di quel “ferro”, insinuando dubbi sui santi propositi di Cisneros.

    Questo inedito carteggio rintracciato da Sciuti Russi rivela che il terzo processo al frate di Racalmuto si era concluso nel 1656, con la decisione della “Suprema” di mutare la condanna al rogo in reclusione perpetua, e che gli inquisitori siciliani, irritati dalla revisione, continuavano a trattenere l’eretico nelle segrete di Palazzo Steri, sostenendo la difficoltà di trovare un convento adatto per un personaggio così irrequieto e ribaldo, colpevole di un delitto d’onore, come ufficialmente sostenuto nelle varie fasi del processo e da una tradizione orale ripresa in un romanzo d’appendice da Luigi Natoli. Secondo questa versione, Fra Diego avrebbe ucciso, a Racalmuto, il sovrintendente del Conte del Carretto, per vendicare lo stupro della sorella. Un movente che non convinse Sciascia, portato a privilegiare piuttosto la tesi di una ben celata “eresia sociale”, adesso confermata da Sciuti Russi: “Per un delitto d’onore sarebbe stato impiccato dopo dieci giorni. C’e’ qualcosa di più, di diverso…”. Forse la verità non si scoprirà mai, ma si rafforza l’intuizione sciasciana che, oltre l’imposto cliché dell’assassino, in Fra Diego ci fosse l’uomo di tenace concetto. L’unico dato certo, l’indizio concreto, diremmo oggi, è il “ferro” che non avrebbe dovuto trovarsi su quel tavolo, uno strumento usato o poggiato lì per facilitare l’ammissione, il ricordo, anche il ricordo dei cavalletti e di altre macchine per più pesanti torture, già subite da Fra Diego. Ed è quello strumento che La Matina afferra trasformandolo in arma, ultima ribellione contro un “sequestro” che lo lasciava marcire ancora nelle segrete, bloccandone il trasferimento in un convento. Così, il frate spacca il cranio di Cisneros che negli undici giorni di agonia, stando alle cronache di chi avrebbe voluto santificarlo, riuscì a perdonare l’eretico. Un perdono anch’esso utile, capace di amplificare la sensazione che giustizia si sarebbe compiuta solo con il rogo del frate, a quel punto doppiamente colpevole. (tratto da http://www.tanogabo.it).

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    Bibliografia

    Francesco Paolo Castiglione, Dizionario delle figure, delle istituzioni e dei costumi della Sicilia Storica, Sellerio editore, Palermo

    Vincenzo La Mantia, Origine e vicende dell’Inquisizione in Sicilia, Sellerio, Palermo

    Gaspare Palermo, Guida istruttiva per potersi conoscere. Edizione on line, Google libri

    Giuseppe Pitrè, Del sant’uffizio a Palermo e di un carcere di esso, Edizione on line, Open Library

    Giuseppe Pitré e Leonardo Sciascia Urla senza suono, Sellerio editore, Palermo

    Francesco Renda, L’Inquisizione in Sicilia, Sellerio editore Palermo

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    Pagine correlate

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    I viceré spagnoli

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    Ferdinando I di Borbone

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    Foto di Tullio Puglia

  4. Egregio Presidente della “Genesis Ciminna”, Andrea Masi La ringrazio per l’attenzione prestata e contemporaneamente spero che il suo “correttezza” sia stato un Lapsus e che intendesse dire per “completezza di informazioni”. Lungi da me l’intenzione di appropriarmi di nozioni storiche e bibliografiche, ma soltanto il piacere di condividere una passione ed un amore per il mio paese. La ringrazio per le fonti da Lei pubblicate. Giuseppe Guttilla.

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