Un inedito quadro nella chiesa di San Sebastiano: Santi Sebastiano e Stefano

di  Arturo Anzelmo (archivio Agorà Ciminna 2012)

San Sebastiano e San Stefano Ciminna

Pittore siciliano della fine del XVI- inizi del XVII sec.
Olio su tela
   Didascalie:
a sin del Cristo              INEBRIABO SAGITTAS MEAS SA(N)GVINE,
a dex                             ET GLADIU(S) MEU(S) DEVORABIT CARNES
vicino la Vergine           FILI PARCE PARCE POPVLO TVO
S. Sebastiano                 ESTO PLACABILIS SV(PER) MALITIA POPVLI TVI.
S. Stefano                     D(OMI)NE NE STATVAS ILLIS HOC PECCATV(M)
corteo sacerdoti            MISERERE NOBIS
Chiesa di San Sebastiano

Per quanto alla chiesa di San Sebastiano, posta al limite nord’occidentale dell’abitato, il Graziano, che la dice esistente già nel XVI sec., sottolinea come «Anticamente era composta di tre navate, ma nel 1808 i rettori concessero a case le due navate laterali, e quindi essa divenne più piccola.». I Riveli di anime e beni del 1583-84 attestano come denominasse il quartiere (che si identifica anche con lo quarteri di santo andrea, documentato dalla stessa fonte e dalla vicina eponima chiesa, oggi quasi diruto fabbricato privato) e ne lascia ipotizzare un’antica fondazione.

Per lo stato e la natura delle fabbriche pervenuteci, appare naturale pensare ad un programma costruttivo che, pur ambizioso, non sia stato nel tempo sostenuto da adeguate risorse economiche. Ciò depone per una ipotesi tendente a non identificare le strutture attuali, ed esistenti agli inizi del XIX secolo, con le originarie. L’assenza di elementi di particolare valenza architettonica lascia supporre l’aula (con le annesse scorporate ali laterali) come esito parziale di un ambizioso programma di riedificazione databile al secolo XVIII e che, con la messa in opera di volte e decorazioni plastiche, avrebbe visto naturale completamento.

Nel ’90 dando per le stampe i risultati delle prime attenzioni al patrimonio artistico ciminnese, di questa chiesa si poneva all’attenzione l’inedito Crocifisso (che successivamente indicavo come insegna della Confraternita ivi fondata e quale possibile opera di Giacomo Brugnone, da porre dunque sul finire del ‘500), non tralasciando di annotarvi anche una seicentesca statua lignea della Vergine con il Bambin Gesù. Opere che testimoniano una volontà di accrescimento che, sul finire del secolo XVI o nei primissimi anni del successivo, istruisce l’esigenza della commissione della tela di cui ci si occupa e che potrebbe essere confermata da una pietra sacrale recante la data I6IƧ (1612 o 1615).

L’opera è stata da sempre indicata col titolo dei Santi Fabiano e Sebastiano (forse per la poca leggibilità e cedendo il passo all’ovvietà: dei due santi si celebra memoria il 20 gennaio), ad un’attenta lettura raffigura oltre al titolare della chiesa nella classica iconografia del nudo giovane legato ad un albero e con il corpo trafitto da saette, non il santo pontefice Fabiano ma il protomartire Stefano, rappresentato come un giovane dalla rada barbetta che veste  camice, dalmatica, stola (indossata specularmente) recante con la destra una pietra, alludente alla morte per lapidazione, in atto di offrirla al Cristo, con l’altra mano la palma del  martirio.

Il Redentore a mezza figura ed a braccia aperte, occupa il corto superiore; è coperto solo da un rosso mantello che lascia in vista la ferita del costato, chiare allusioni al Sacrificio della Croce. Le sue mani impugnano tre frecce ed una spada. Alla sua sinistra la Vergine mostra i seni scoperti (dal latte di Maria il sangue di Cristo e dei Martiri suoi figli). Ai piedi di Stefano un corteo di sacerdoti si muove sullo sfondo di un lontanante paesaggio.

Sulla scelta di far rappresentare unitamente i due santi, la particolare devozione, in assenza di notizie, è la sola ipotesi percorribile e le citazioni dalle Scritture potrebbero suggerire quale committente un colto sacerdote locale teso a voler rappresentata quell’idea per cui, nulla togliendo alla scienza medico farmacologica, la malattia e la salute discendono dall’imperscrutabile giudizio divino sui nostri atti e più se questi diventano, nel bene e nel male, atteggiamenti sociali generalizzati: un’idea che nella contingenza ritorna al Dio benigno e terribile, lento all’ira, sempre aperto al perdono, che accompagna la strada del popolo eletto.

Le didascalie (Deuteronomio 32, 42 Cantico di Mosè; Esodo 32, 12 Il vitello doro; Gioele 2, 17 l’adunanza sacra; Tobia 8, 10 Sara liberata dal demonio Atti, 7, 60 Martirio di Stefano;) che dal basso verso l’alto, in maniera gerarchica, individuano i tramiti attraverso cui invocare l’intercessione divina e la remissione dei peccati (la Chiesa, i Santi, la Vergine) si distribuiscono con coerenza agli atteggiamenti delle figure, fino ad arrivare a Colui cui solo è attribuita la facoltà/potenza di giudicare; particolari di carattere pittorico, quali i tocchi di doratura sulle aureole (quella del Cristo mostra gli estremi di una croce gigliata), sull’elsa della spada e sulla dalmatica, i cui decori rimandano a tipi delle manifatture veneto/fiorentine del tardo ‘500 che ebbero comunque diffusione per tutta la metà del secolo successivo. Le chiare allusioni al flagello della peste (divino castigo della malvagità umana) alle eresie, all’ingiustizia (come incapacità al perdono) ed al peccato che ne sono causa lascia margine per pensare quale committente ad un ecclesiastico  di notevole levatura culturale (l’arciprete don Giuseppe Ansaldi?). Aatteso che durante la tristemente nota epidemia del 1624 Ciminna non fu contagiata e che la tela di S. Rosalia alla Matrice (Geronimo Gerardi 1627) si deve alla committenza del Barone don Guglielmo Graffeo fuggito da Palermo e rifugiatosi a Ciminna rimasta limpia, come ricorda don Santo Gigante, i riferimenti estetici ancora manieristici, lasciando individuare quest’opera come un ex voto a seguito della precedente epidemia del 1575.

Il disegno del San Sebastiano o del profilo del Protomartire e la cura miniaturistica con cui ne vengono eseguiti i paramenti, inducono a qualificare l’opera come prodotto di un artista attento alle evoluzioni del manierismo nella via indicata da pittori come il Fonduli, che risentivano della maniera del Wobreck (entrambe attivi a Ciminna) ma che sicuramente conosce il fare dell’Albina del quale istintivamente (con rimando alla figura del santo guerriero della nostra tela) ricordiamo la cruda figurazione dell’Apostolo Bartolomeo/Natanaele, in San Francesco di Paola a Palermo.

Se pure cronologicamente a noi più vicina, non è da trascurare nella chiesa, l’interessante tardo-ottocentesca statua lignea del titolare. La classicheggiante impostazione compositiva, l’intaglio dalla politezza quasi marmorea, la individuano come opera dei palermitani Bagnasco che a Ciminna eseguono le statue di San Rocco (oggi alla Matrice), e della Santa Famiglia (nella chiesa di Sant’Anna/San Giuseppe) e  verosimilmente attribuibile a Salvatore autore anche dell’Assunta (già alla Raccomandata).

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