Dicembre, tempo di ‘Mmaculata… e in un attimo il pensiero è al Triunfu.

di Angelo Cucco

È alta la luna, un gelido alito di vento sfiora i tetti delle case rischiarati dalla sua bianca luce, corre, si infrange nel roseo prospetto della Matrice. Il cielo è limpido, trapunto di stelle, numerose e argentee, prototipo perfetto per il manto della Vergine. L’aria sembra a tratti sospesa tra il vetro appannato di un balcone e una catasta di rami di ulivo sulla strada, qualche fiore ondeggia tra le edicole votive accarezzato dal rigore di Zefiro. Una sera di inverno, di quei rigidi inverni che le altitudini conoscono bene. Qualcuno sgattaiola in un vicolo, si fa appena in tempo a vederlo immerso nel suo lungo cappotto nero di panno, ha in mano un vassoio cinto dal luccichio della carta stagnola, si sente scricchiolare sotto le dita, in Sicilia, si sa, si bussa con i piedi. Un uscio si apre e richiude velocemente, inghiotte l’uomo e il suo tesoro. La cittadina ferma, assorta in un sonno profondo, quasi una stasi dell’anima. Le finestre, le porte, i balconi sembrano celare altri mondi di cui si percepisce qualche voce, qualche risata, qualche nota. I comignoli fumano silenziosi riempiendo l’aria di quell’odore intenso e profondo che rievoca casa, calore. È sera, un sabato sera. Un ragazzo nascosto da cappello e sciarpa ha appena acceso una fornachella davanti la porta di un garage, si sfrega le mani, combatte il freddo. Guardando meglio non è il solo. In un attimo la città si rianima, la inonda il profumo del cibo, le porte serrate si aprono a lauti e allegri banchetti, le famiglie si riuniscono, gli amici passano a salutare, si gioca, si scherza, si canta. L’allegria è frizzante, coinvolge tutti. Non è un sabato sera qualunque, è un’attesa. ” Ta manci navutra nfriulata?, pigghiatilla ora ca rumani ‘un ci n’é” ” Viviti u vinu, ca’ si l’acqua fussi bona, un si ittassi nte vadduna”. Di casa in casa, il tempo si spezza più volte tra il ricordo e il futuro, tra la foto fiocamente illuminata e il sorriso di un bambino mentre nei piatti non manca la salsiccia, quella salsiccia tanto cara a questa festa. È notte, sempre più notte. D’improvviso però tuona un campanile, come la sentinella prima dell’alba, chiama a sé Ciminna per motivare l’attesa, per rendere significativa la gioia conviviale. Un ragazzo tende l”orecchio, ascolta bene, “Amuninni picciotti, sta sunannu a San Franciscu”. È un attimo, da ogni angolo del paese si muovono a frotte, attratti da quel melodioso suono, da un amore profondo ereditato dai secoli e mentre qualcuno batte forte sul portone, altri si riparano dal freddo addossandosi alle pareti delle case. quando si apre, anche la porta della chiesa sembra inghiottire quei giovani ma in un baleno rieccoli con il simulacro da Marunnuzza sulle spalle, pronti a portala in trionfo, a far tremare la terra, a cantare a squarciagola. “Nichinichini” la voce si fa campana mentre le fiamme si alzano dalle cataste di legna, i busi rischiarano la strada, volano le lanterne, la banda suona allegra le sue marce e la Marunnuzza avanza giocosa e frizzante. Nessun macellaio apre bottega per offrirle la salsiccia, riletture critiche hanno vietato questo uso particolare, ma il ricordo viaggia di bocca in bocca, il racconto si fa vivo davanti a questa o a quella porta in cui tanti anni fa, un uomo usciva sorridente per appendere al fercolo il prodotto del suo lavoro, mentre un trionfo di frutta sostituiva i fiori in una richiesta itinerante di prosperità.
Dicono fosse notte anche quando si istituì la festa, dicono che si celebrasse l’arrivo della statua dell’Immacolata. Forse è così, forse c’è qualcosa di più vetusto alle origini… ciò che è sicuro è che Ciminna è ancora una volta lì con gli occhi lucidi e le mani fredde per accompagnare quella statuina vigiliare. “e di cu è sta Marunnuzza?” “nostra!” e davvero è di ognuno dei presenti, è impressa nella loro storia, ne ha tracciato il cammino. Non sono solo i fuochi a riscaldare le strade di Ciminna, è palese che sia il suo passaggio, il suo peregrinare, il suo ricucire insieme lo spirito di una città. “Santa Maria, Santa Dei Genetrix, Santa Virgo Virginum ora pro Nobis” cantano i ragazzi du Triunfu, parole ritrovate, ri-acquisizione di memoria e riappropriazione delle radici, cantano in onore a quella bella Signora che, volgendo gli occhi al Cielo, sembra ora guardare il perdersi di tante piccole lacrime di fuoco che si confondono con le stelle. “viva, viva Maria, viva Maria! Viva Maria e chi la creò senza Maria sarvari nun si pò!” “e cu na pó livari?” “nuddu!” perché nessuno può e deve togliere il cuore ad un popolo perché è questo che può generare allegria viva, sinfonia comune, solo grazie ad esso la notte può essere rischiarata a giorno. Passa Maria festante tra le vie e la gente la attende, si affaccia, la saluta. Gioiosa, nella sua piccola immagine, risplende di occhi e di volti rischiarati dal fuoco e dai giochi d’artificio…finché il nuovo giorno inizia a tingere di rosa le nubi, a rendere vani i fuochi, ad accarezzare la terra. Rientra, contesa ancora un po’, trattenuta per non lasciar finire l’idillio, e con gli ultimi brandelli di voce qualcuno ancora la chiama “viva a Marunnuzza ru Triunfu, Viva u Triunfu ra Marunnuzza”

GALLERIA FOTOGRAFICA DI ANGELO CUCCO

dalla Mostra permanente “U Triunfu” di #chiddirutriunfu

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