{"id":4151,"date":"2013-11-23T00:23:42","date_gmt":"2013-11-22T23:23:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.agoraciminna.it\/ag\/?p=4151"},"modified":"2013-11-23T00:23:42","modified_gmt":"2013-11-22T23:23:42","slug":"le-vie-dellolio-tra-passato-e-futuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.agoraciminna.it\/ago\/2013\/11\/23\/le-vie-dellolio-tra-passato-e-futuro\/","title":{"rendered":"Le vie dell&#8217;olio tra passato e futuro"},"content":{"rendered":"<p><em>La riflessione sabatina n. 10 di Pippo Oddo<\/em><br \/>\n<img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-4153\" alt=\"le vie dell'olio Pippo Oddo\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2013\/11\/le-vie-dellolio-Pippo-Oddo1-300x187.jpg?resize=300%2C187\" width=\"300\" height=\"187\" data-recalc-dims=\"1\" \/>\u00abQui c&#8217;\u00e8 un albero non piantato dalla mano dell&#8217;uomo, germe nato da s\u00e9 medesimo, e verdeggia abbondantemente in questa terra: l&#8217;olivo dalle foglie glauche [&#8230;] che mai rapace vecchio o capo devastatore estirperebbe con le proprie mani poich\u00e9 ad esso guardano gli dei del mondo dagli occhi chiari\u00bb.<br \/>\nCos\u00ec Sofocle in Edipo a Colono. Ma non era soltanto lui, nell&#8217;antica Grecia, a ritenere sacro l&#8217;ulivo. All&#8217;origine di questa credenza c&#8217;\u00e8 una leggenda. L&#8217;onnipotente Zeus amava mettere in competizione i suoi parenti pi\u00f9 stretti. Un giorno promise il dominio della terra a chi, tra gli dei dell&#8217;Olimpo, gli avesse presentato il dono pi\u00f9 utile all&#8217;umanit\u00e0. Si fece allora avanti suo fratello Posidone che, affondando il tridente nella roccia, fece sgorgare l&#8217;acqua del mare consentendo cos\u00ec agli Ateniesi di navigare a distanza e dominare il mondo.<br \/>\nMa Zeus, che pure aveva un debole per gli Ateniesi, non se la sent\u00ec di assegnare la vittoria al fratello: volle mettere alla prova sua figlia Atena, prima di pronunciarsi. Questa cominci\u00f2 a percuotere la terra ordinandole di produrre un albero nuovo e meraviglioso. Detto fatto: nacque l&#8217;olivo. Ebbro di gioia, Zeus dichiar\u00f2 chiusa la gara e consegn\u00f2 la palma alla figlia, sentenziando che mai dono divino sarebbe stato pi\u00f9 utile all&#8217;umanit\u00e0.<br \/>\nLeggenda per leggenda, perch\u00e9 non ricordare anche quella di Aristeo? Si tramanda che fu questo semidio nomade, figlio di Apollo e di Cirene, a diffondere la cultura dell&#8217;olivo in tutto il bacino del Mediterraneo. Peccato che gli Ebrei non ci credano. Vuole infatti una vecchia leggenda ebraica che quando mor\u00ec Abramo gli trovarono tra le labbra tre semi, dai quali poi nacquero il cedro, il cipresso e l&#8217;olivo. L&#8217;albero \u00abdalle foglie glauche\u00bb sarebbe quindi nato nella Terra Santa, per i figli d&#8217;Israele. Lo stesso popolo eletto \u00e8 definito da Geremia \u00abulivo verde, maestoso\u00bb. E non \u00e8 privo di significato il fatto che ad annunciare a No\u00e8 la fine del diluvio universale sia stata una colomba \u00abcon una fronda novella di olivo nel becco\u00bb.<br \/>\nDi grandissima considerazione ha sempre goduto anche presso i Cristiani la pianta dalla chioma sempreverde, se \u00e8 vero che la croce di Cristo fu costruita con legno d&#8217;olivo e di cedro. Altrettanto sacra e considerata dall&#8217;Islam. Il Corano la considera infatti albero centrale, simbolo dell&#8217;uomo universale, del Profeta. Insomma, l&#8217;olivo \u00e8 sempre riuscito a conciliare l&#8217;inconciliabile: profeti e sacerdoti pagani, Cristo e Maometto, Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo.<br \/>\nMiti e leggende sono fioriti ovunque a profusione sull&#8217;olio e sull&#8217;olivo. E cos\u00ec i riti che, al di l\u00e0 della facciata, accomunano popoli assai diversi per lingua e religione, storia e concezione della vita: popoli che all&#8217;albero benedetto attribuiscono una grandissima ricchezza simbolica, facendone di volta in volta emblema di pace, fecondit\u00e0, giustizia, sapienza, forza, purificazione&#8230;<br \/>\nSe nell\u2019Iliade Achille fa ungere di olio il cadavere di Ettore, prima di restituirlo a Priamo, nel sacramento dell&#8217;estrema unzione il sacerdote somministra olio santo a chi sta per congedarsi dal mondo. Commentando i riti funebri cristiani, lo pseudo Dionigi ricorda che \u00abdopo il saluto, il sacerdote spande olio sul defunto\u00bb. Aggiunge che \u00abnel sacramento di rigenerazione prima del battesimo, quando l&#8217;iniziato si \u00e8 total\u00acmente spogliato delle vecchie vesti, la prima partecipazione alle cose sacre consiste nell&#8217;unzione di olio benedetto. E al termine della vita \u00e8 ancora l&#8217;olio santo che si sparge sul defunto. Per l&#8217;unzione del battesimo si chiama l&#8217;iniziato all&#8217;agone dei combattimenti sacri; l&#8217;olio versato sul defunto significa che egli ha compiuto la sua carriera e messo fine alle sue lotte gloriose\u00bb.<br \/>\n\u00c8 opinione diffusa che l&#8217;unzione con l&#8217;olio d&#8217;oliva faccia risaltare muscoli: ne facevano largo uso gli atleti ellenici e continuano a farne, ovunque nel mondo, quelli dei nostri giorni. Nell&#8217;Africa del Nord, ma anche in altre regioni mediterranee, da sempre i contadini usano oliare il vomere prima di affondarlo nel suolo, forse in onore all&#8217;Invisibile e alla stessa Madre Terra, i cui frutti nutrono il genere umano e ne assicurano la sopravvivenza. All&#8217;olio e all&#8217;olivo si attribuiscono poteri straordinari persino in Estremo Oriente. I Cinesi, per esempio, credono che il legno d&#8217;olivo neutralizzi l&#8217;effetto letale di taluni veleni. Nel Mediterraneo l&#8217;olio ha addirittura assolto per millenni alla funzione di corsia privilegiata per il Paradiso. Basti pensare a quanto se n&#8217;\u00e8 consumato per illuminare templi, chiese, sinagoghe e moschee. Un versetto coranico recita: \u00abIl Dio! Egli \u00e8 luce in cielo e in terra, e la sua luce \u00e8 come quella di una nicchia: la lampada si trova serrata in cristallo come astro di splendore, rimane accesa grazie all&#8217;olio, pianta benedetta, questa pianta \u00e8 l&#8217;ulivo. L&#8217;olio farebbe risplendere la luce anche se ne non la toccasse il fuoco, mai\u00bb.<br \/>\nLa lucerna ad olio \u00e8 forse l&#8217;unico manufatto di uso domestico che si costruisce ininterrottamente dalla preistoria ai nostri giorni: viene ancora usata come lampada votiva. \u00c8, insomma, l&#8217;emblema dell&#8217;homo sapiens perch\u00e9 ha consentito ai nostri antichi progenitori di vincere il terrore delle tenebre. Anche per questo l&#8217;olio \u00e8 ritenuto sacro, ma soprattutto per\u00acch\u00e9 l&#8217;inizio della sua coltivazione coincide con la nascita dei villaggi contadini e la conversione alla vita sedentaria delle prime comunit\u00e0 nomadi.<br \/>\nSulla regione d&#8217;origine dell&#8217;olivo ci sono varie opinioni. Una vuole che esso, originario dall&#8217;Asia Minore, sia stato introdotto in Grecia e da qui in Italia e nel Mediterraneo. Un&#8217;altra individua l&#8217;area di provenienza nella regione compresa tra i monti a sud Caucaso, le pendici dell&#8217;altipiano iranico e le coste della Siria e della Palestina. \u00c8 risaputo per\u00f2 che l&#8217;ulivo si \u00e8 sempre innestato sull&#8217;oleastro, che vegeta spontaneamente in quasi tutto il bacino del Mediterraneo. In Sicilia, per esempio, esistono ancora piccole aree residue di foresta naturale e tanti toponimi che ne attestano inconfutabilmente la presenza fin dal primo mattino del mondo: Ogliastro, Ogliastrello, ecc.<br \/>\nA ogni buon conto, i primi scrittori di cose siciliane confermano che, almeno in epoca classica, nell&#8217;Isola l&#8217;olivo era largamente coltivato ed aveva una grande rilevanza economica e paesistica. A detta di Tucidide e di Diodoro Siculo, nelle colline a ridosso di Siracusa e di Agrigento, con le sue foglie argentate, l&#8217;albero benedetto conferiva alla campagna un&#8217;immagine di raro benessere; l&#8217;olio si esportava. Sotto i Romani l&#8217;olivicoltura \u00e8 stata forse ridimensionata (per destinare le aree di risulta alla produzione del grano necessario a nutrire i cittadini dell&#8217;Urbe), ma non \u00e8 certo scomparsa, a giudicare dalla grande quantit\u00e0 di anfore olearie rinvenute in fondo al mare a poche miglia dalle costa siciliana. I Romani d&#8217;altronde apprezzavano l&#8217;ulivo, tant&#8217;\u00e8 vero che lo diffusero in tutto il Nord Africa, fino al confine del deserto, e istituirono la cosiddetta Arca olearia, una sorta di moderna Borsa dove si trattavano grosse partite d&#8217;olio d&#8217;oliva.<br \/>\nL&#8217;olivicoltura fu poi rilanciata dai Bizantini e dagli Arabi; sopravvisse ai dominatori nordici, che pure facevano largo uso di grassi d&#8217;origine animale. Nel Cinquecento assurse alla dignit\u00e0 di coltura specializzata, come risposta alla crisi degli allevamenti di suini determinata dagli scriteriati disboscamenti che fecero quasi scomparire la produzione di ghiande.<br \/>\nUn&#8217;area di significativa espansione fu, nel Cinquecento, il Marchesato di Geraci, stando almeno a quanto si pu\u00f2 leggere nel libro-inchiesta I contadini di Sicilia di Sidney Sonnino: il marchese \u00aballo scopo di arricchire le citt\u00e0 e le terre per attirarvi maggiore popolazione, dava a chiunque il per\u00acmesso di innestare gli oleastri, che qui crescono dappertutto spontanei, e di far proprie le piante di ulivo\u00bb. Proprie, per modo di dire. In forza del diritto dei nozzoli, i contadini erano costretti a molire le drupe esclusivamente nei trappeti del marchese; \u00able olive \u2013 spiega Orazio Cancila \u2013 gi\u00e0 macerate sotto il torchio non dovevano che ricevere tre colpi di pressa per cacciare parte dell&#8217;olio\u00bb. Il resto, che non era poco, restava assieme alla sansa al padrone.<br \/>\nAbolito nel 1785 dal vicer\u00e9 Caracciolo, il diritto dei nozzoli fu ripristinato l&#8217;anno dopo dal suo successore, principe di Caramanico. E, quando furono soppresse le angherie feudali, si istituirono I gritti di lu trappitu (di cui erano beneficiari i frantoiani), che pesavano sugli agricoltori pi\u00f9 degli stessi diritti dei signori feudali. Aveva ragione Salvatore Salomone Marino: &#8216;Ntra trappitu, trappiteddu e trappitara, ogghiu mancu ni portu &#8216;na quartara. Era il lamento del contadino olivicoltore che dopo un anno di lavoro portava a casa poco olio. Senza considerare che non poteva sottrarsi al dovere di pagare, gi\u00e0 dentro i locali del frantoio, il contributo in natura per la festa del Patrono. Ciononostante, il coltivatore siciliano non si \u00e8 mai stancato di piantare e coltivare olivi. Li cura amorevolmente, quasi fossero persone.<br \/>\nNelle aziende capitalistiche il monte giornate impiegato nella raccolta delle olive era generalmente distribuito per l\u201980% alle donne e ai fanciulli e per il 20% agli uomini; e, se dobbiamo prestar fede alle parole di Giuseppe Pitr\u00e8, la manodopera femminile era remunerata con salari di fame: \u00abA due ore dal cominciamento della fatica, le pi\u00f9 agiate della ciurma mangiano un grano di pane, qualche volta accompagnato con un pochino di cipolla e qualche oliva passa. Le altre, che si rimangono a dente asciutto, fingono di non vederle; e se da quelle invitate siano a partecipare del loro, abbassano la testa e rispondono aspramente: Obbligata!\u00bb. Nell\u2019ex contea di Modica, i raccoglitori di olive d\u2019ambo i sessi dormivano in promiscuit\u00e0 in un magazzino della masseria: \u00abtutti si stendono su d\u2019uno strame coprendosi ciascuno dei propri abiti e le donne delle loro vesti, sovente umide\u00bb. Dopo una lunga giornata di lavoro, \u00abricevono ciascuno in una ampia scodella una minestra di fave, met\u00e0 della quale vien conservata pel domani, due ore prima dell\u2019alba\u00bb. Ma, per quanto trattate male, le raccoglitrici di olive non si stancavano mai di ringraziare il padrone che le aveva assunte, n\u00e9 di pregare l\u2019Altissimo per propiziare nuove annate di carica; tanta era la paura di perdere quella misera fonte di reddito!<br \/>\nDall&#8217;olivo non si ricava solo l&#8217;olio. Parte dei suoi frutti, appositamente curati, integrano l&#8217;alimentazione umana. Un tempo erano addirittura quasi il solo companatico della povera gente. La sansa alimentava forni, bracieri e focolari; la morchia si barattava col sapone. I polloni del portainnesto servivano per costruire ceste, panieri e altri oggetti di uso agricolo e domestico; dai tronchi si ricavavano mobili indistruttibili e stupende sculture; dai rami giocattoli e arnesi di lavoro.<br \/>\nL&#8217;olio d&#8217;oliva era fra l&#8217;altro ritenuto il toccasana di molti mali: ogghiu cumuni sana ogni duluri, recita un vecchio detto popolare. Talune malattie si curavano per\u00f2 con oli speciali come l&#8217;ogghiu di piric\u00f2, ossia olio d&#8217;oliva aromatizzato da \u00abfiori e foglie d&#8217;iperico raccolti nella notte di San Giovanni\u00bb. Non c&#8217;era male che potesse resistere di fronte all&#8217;olio d&#8217;oliva, se arricchito da talune essenze naturali come la ruta, quando bisognava curare l&#8217;isteria, o il succo di limone, nel caso di molte altre malattie, compreso il colera. E non si dimentichi che la medicina omeopatica tuttora fa largo uso del prezioso liquido estratto dalla drupa olearia. Le vie dell&#8217;olio, come quelle del Signore, sono insomma infinite. Dall&#8217;alimentazione alla cosmesi, all&#8217;industria farmaceutica&#8230; ovunque sembra che stiano per dischiudersi spazi davvero interessanti per la valorizzazione dell&#8217;olio d&#8217;oliva.<br \/>\nN\u00e9 si pu\u00f2 ragionevolmente temere che il provvidenziale grasso vegetale perda parte della sua importanza man mano che si consolidano le logiche del villaggio globale. Anzi, tutto lascia ritenere che l&#8217;olio d&#8217;oliva debba ricevere nuovi importanti apprezzamenti proprio dai mercati lontani dall&#8217;area di produzione. A farmi radicare in questa convinzione \u00e8 soprattutto il successo che ogni giorno di pi\u00f9 registra la dieta mediterranea, che com\u2019\u00e8 noto ha tra i suoi capisaldi l\u2019olio d\u2019oliva, ormai da molti anni apprezzato anche da tanti uomini e donne dei paesi nordici, gi\u00e0 consumatori di grassi insaturi e oli di semi vari.<\/p>\n<p>Giuseppe Oddo<br \/>\nPalermo 23 novembre 2013<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La riflessione sabatina n. 10 di Pippo Oddo \u00abQui c&#8217;\u00e8 un albero non piantato dalla mano dell&#8217;uomo, germe nato da s\u00e9 medesimo, e verdeggia abbondantemente in questa terra: l&#8217;olivo dalle foglie glauche [&#8230;] che mai rapace vecchio o capo devastatore estirperebbe con le proprie mani poich\u00e9 ad esso guardano gli dei del mondo dagli occhi chiari\u00bb. Cos\u00ec Sofocle in Edipo a Colono. Ma non era soltanto lui, nell&#8217;antica Grecia, a ritenere sacro l&#8217;ulivo. 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