{"id":4205,"date":"2013-12-05T11:10:20","date_gmt":"2013-12-05T10:10:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.agoraciminna.it\/ag\/?p=4205"},"modified":"2013-12-05T11:10:20","modified_gmt":"2013-12-05T10:10:20","slug":"il-linguaggio-del-sangue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.agoraciminna.it\/ago\/2013\/12\/05\/il-linguaggio-del-sangue\/","title":{"rendered":"Il linguaggio del sangue"},"content":{"rendered":"<p><em>la riflessione sabatina n. 11 di Pippo Oddo<\/em><br \/>\n<img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-4206\" alt=\"Sangue-san-gennaro\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/Sangue-san-gennaro-300x200.jpg?resize=300%2C200\" width=\"300\" height=\"200\" data-recalc-dims=\"1\" \/>Nell&#8217;agosto 1308 passa a miglior vita, nella mistica provincia umbra, la badessa suor Chiara di Montefalco dell&#8217;ordine di Sant&#8217;Agostino. Da anni nota come suor Chiara della Croce (perch\u00e9 convinta di ospitare il Crocefisso dentro il cuore), la Nostra gode pure fama di beata allorch\u00e9 cessa di vivere. Logica vuole, quindi, che le sue spoglie mortali siano imbalsamate per essere additate ai fedeli dei secoli a venire. Ma nessuno se la sente, al convento, di affidare la delicata operazione a un barbiere cerusico: trovano, insomma, sconveniente, le pie monache agostiniane, che le carni verginali della santa madre siano \u00abtoccate da uomo alcuno\u00bb. Che fare, allora? Coperte dalle brume della notte, mentre il resto delle suore \u00e8 gi\u00e0 in braccio a Morfeo, quattro religiose prendono il coraggio a due mani e, armate di rasoio, si recano all&#8217;oratorio. Spogliano \u00abcon ogni riverenza maggiore\u00bb il santo corpo, lo aprono e ne estraggono il cuore e tutte le interiora\u00bb. Ma passer\u00e0 ancora pi\u00f9 di una settimana perch\u00e9 suor Chiara possa essere imbalsamata a regola d&#8217;arte dalle stesse suore (con i balsami e i consigli di uno speziale incaricato dal convento, e con tanto di autorizzazione della Curia di Spoleto).<br \/>\n\u00abPu\u00f2 sembrare sconcertante alla moderna sensibilit\u00e0 \u2013 osserva a tal proposito Piero Camporesi \u2013 la disinvolta familiarit\u00e0 con cui le monache di Montefalco aprivano cadaveri, tagliavano interiora, cuore, fegato, bile, sezionavano organi, trapanavano crani, estraevano e imbalsamavano carni, spolveravano mummie, dischiudevano e richiudevano casse mortuarie ritornando in contatto con cadaveri annosi. Ma le Montefalco erano ovunque innumerevoli\u00bb.<br \/>\nAll&#8217;origine di tanta macabra intraprendenza c&#8217;era, nel nostro caso, la morbosa curiosit\u00e0 di rintracciare la croce di Cristo dentro il cuore della defunta badessa. Lo trovarono, ancorch\u00e9 in miniatura e sotto forma di sangue raggrumato. O perlomeno cos\u00ec si legge in uno scritto del Seicento. A volerci credere, dentro quel cuore pietoso, c&#8217;erano pure, anch&#8217;essi miniaturizzati, gli altri strumenti del martirio di Cristo (frusta, chiodi, colonna, ecc.). E si rinvennero persino i segni della Santissima Trinit\u00e0, in un altro ricettacolo del corpo e nella vescica del fiele. Per di pi\u00f9, all&#8217;atto della imbalsamazione, cio\u00e8 dieci giorni dopo il decesso, il sangue trovato nel cuore era ancora \u00abdi colore rosso, come appunto \u00e8 il colore del rubino\u00bb. Conservato in un vaso, quel liquido vermiglio \u00e8 rimasto per secoli cos\u00ec, salvo a ribollire d&#8217;improvviso \u00abterribilmente\u00bb per segnalare lutti, catastrofi, guerre o epidemie. Sangue glorioso, dunque! Come quello di San Gennaro che, con spettacolarit\u00e0 tipicamente partenopea, si liquefa ogni 19 settembre sotto gli occhi commossi di una marea di Napoletani e di telespettatori di tutto il mondo.<br \/>\nGloriosissimo, anzi preziosissimo, \u00e8 il sangue di Ges\u00f9 Cristo. \u00c8 oggetto di devozione fin dal Medioevo, da quando cio\u00e8 cominci\u00f2 a circolare il Vangelo apocrifo di Nicodemo e fior\u00ec la leggenda del Santo Graal, ossia del calice usato nell&#8217;Ultima Cena, che Giuseppe d&#8217;Arimatea avrebbe portato in Occidente. La Festa del Prezioso Sangue di N.S. Ges\u00f9 Cristo fu per\u00f2 istituita dalla Santa Sede solo nel 1582 e limitatamente alla diocesi di Valencia in Spagna. Nel 1822 la nuova celebrazione liturgica fu estesa a tutta la cristianit\u00e0, grazie all&#8217;impegno spasmodico di san Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Dal 1914 la festa cade il 1\u00b0 luglio.<br \/>\nMa non \u00e8 solo questo il momento dell&#8217;anno in cui i Cristiani venerano con particolare solennit\u00e0 il sangue versato da Ges\u00f9 per redimere il genere umano. Basti pensare alle manifestazioni pasquali che tuttora si svolgono nella strade e nelle piazze del Sud. \u00abIn quasi tutti i paesi meridionali \u2013 nota Luigi Maria Lombardi Satriani \u2013 la visita al &#8220;Sepolcro&#8221;, la veglia in Chiesa, la processione con la Croce al Calvario, quella con Cristo deposto dalla Croce, raffigurato con piaghe nel Meridione d&#8217;Italia \u00abogni anno la cultura folklorica presentifica un modello di Dolore e di Riscatto\u00bb, connotato dalla presenza del sangue di Ges\u00f9 Redentore.<br \/>\nLa stessa cosa fa la Chiesa, cattolica e ortodossa, tutte le volte che il prete dice la messa. Cos&#8217;altro significherebbe, infatti, la santa messa, se non il sacrificio del corpo e del sangue di Ges\u00f9 Cristo che, sotto forma di pane e di vino, viene rinnovato dal sacerdote sull&#8217;altare? Adesso non pi\u00f9, forse, ma nel passato il mistero della transustanziazione del vino in sangue eccitava, soprattutto nel celebrante, atteggiamenti parossistici, di una morbosit\u00e0 incredibile. Se tanti preti di campagna, particolarmente smunti, si colorivano in viso durante la consacrazione del vino, san Filippo Neri, che pure era uno dei padri della riforma della Chiesa, \u00ablambiva e succhiava con tale effetto il calice che parea non si sapesse staccare da quello, avendo consumato nell&#8217;orlo non solo l&#8217;indoratura, ma ancora l&#8217;argento e avendovi lasciato impressi insino i segni de&#8217; denti\u00bb. Forse anche per questo il sangue che gli scorreva sovente copioso dal naso e dalla bocca veniva raccolto dai fedeli. Anche per questo alle pezze imbevute dal suo sangue \u00e8 stato attribuito pi\u00f9 d&#8217;un miracolo.<br \/>\nNon si sbagliava il compianto Camporesi nel sostenere che il mistero del sangue ha stimolato per millenni \u00abuna vena inesauribile di miti, credenze, fantasie, leggende, superstizioni, fascinazioni magiche. In questo vermiglio brodo, cultuale prima che culturale, incubarono cosmogonie, fedi religiose, raptus mistici, precetti etici, dottrine mediche, comandamenti e tab\u00f9, statuti e prammatiche etico-civili. Da questo tiepido fluido sgorgarono la storia sacra e quella profana dell&#8217;umanit\u00e0 sempre immerse in un mare di sangue\u00bb.<br \/>\nSucco della vita, filo rosso che lega l&#8217;ordito dell&#8217;intera vicenda umana e del suo rapporto con la natura, il sangue \u00e8 elemento primigenio di ogni cultura, a cominciare da quella contadina. Tra sacro e profano, fascino e orrore, ansie salvifiche e pratiche autolesioniste, nelle campagne del Sud il suo linguaggio accompagna l&#8217;individuo dal primo vagito all&#8217;ultimo rantolo; ne determina i comportamenti in ogni fase dell&#8217;esistere. Lu sangu fa murmuru, attesta un&#8217;antica massima siciliana ricordata da Luigi Maria Lombardi Satriani in un pregevole saggio di cui \u00e8 autore insieme a Mariano Meligrana: Il ponte di San Giacomo. L&#8217;ideologia della morte nella societ\u00e0 contadina del Sud. Essa ribadisce \u00abl&#8217;obbligatoriet\u00e0 della vendetta nei confronti dell&#8217;uccisore che solo potr\u00e0 placare il mormorio del sangue dell&#8217;ucciso\u00bb.<br \/>\nMa il sangue non connota solo negativamente l&#8217;identit\u00e0 meridionale. Lu sangu min si p\u00f2 fari acqua, recita un&#8217;altra massima, per ricordare che, tra parenti, su ogni disaccordo trionfa sempre la solidariet\u00e0. Lo stesso imperativo etico regola il comparatico, quella sorta di parentela spirituale che si instaura tra i genitori di un bambino e chi lo tiene a battesimo o a cresima: cumpari e cummari si considerano quasi parenti, pi\u00f9 che parenti, in certi casi. Nell&#8217;antico carnevale della Contea di Modica c&#8217;era addirittura un gioved\u00ec dedicato alle cummari. In quell&#8217;occasione nelle famiglie contadine si uccideva il maiale e, quasi a voler rinsaldare un vero e proprio patto di sangue, le cummari si scambiavano costolette, interiora e sanguinacci, che erano \u00abe son tuttora \u2013 scriveva nella seconda met\u00e0 dell&#8217;Ottocento Serafino Amabile Guastella \u2013 doni accolti con sincera effusione\u00bb. Ai nostri giorni non credo che ci sia pi\u00f9 una sola persona che regala sanguinacci a parenti o amici. Ma qualcuno continua a mangiarli, visto che sono in vendita in talune &#8220;carnezzerie&#8221; della Sicilia interna e degli stessi quartieri popolari di Palermo. Si trovano sicuramente nelle Madonie, dove i rituali profani del sangue hanno una tradizione antica quanto la storia dell&#8217;insediamento umano in quelle contrade.<br \/>\nQuasi scomparso \u00e8 nella nostra isola l\u2019uso di uccidere il maiale in ambito domestico. Rimane forse qualche labile traccia in pochi paesi di montagna. La stessa cosa avviene fuori della Sicilia e sicuramente nel Potentino. \u00abUna tradizione che resiste, ancora a Gallicchio, anche se limitata a poche famiglie, \u00e8 l\u2019uccisione del maiale\u00bb, si legge infatti sul web. \u00abIl suo sacrificio simboleggia per un verso la morte, la violenza e la sofferenza, dall\u2019altro la vita che si rinnova: i 3-4 giorni di abbondanza che seguono la sua uccisione danno conforto e speranza per il futuro. Nelle fredde mattine d&#8217;inverno il maiale viene prelevato dal porcile dal proprietario con l\u2019aiuto dei famigliari e di alcuni amici. Legato per il grugno viene trascinato verso il luogo scelto per la macellazione dove in un grande calderone nero, sta bollendo dell&#8217; acqua. Tocca a una persona esperta recidere con un coltello, lungo e sottile (u scannat\u00f9r\u0451), la carotide dell&#8217;animale tenuto fermo da almeno sei o sette uomini robusti. Una volta trafitto il collo del porco, viene per prima cosa recuperato il sangue con il quale si far\u00e0 il sanguinaccio. Dopo poco il maiale muore dissanguato consentendo a coloro che lo trattengono di tirare un respiro di sollievo, quando infatti il colpo mortale non \u00e8 ben assestato il povero animale si dibatte a lungo tra atroci sofferenze e urla strazianti\u00bb.<br \/>\nSpettacolo particolarmente cruento, tipico dei paesi madoniti (ma anche di altre aree siciliane) era nel passato la scanna di capretti e agnelli che si face\u00acva periodicamente nelle grandi masserie: \u00abIn un batter d&#8217;occhio \u2013 racconta Cristoforo Grisanti \u2013 i garzoni portan quivi scodelloni e caldaie, i macellai, aiutati, se occorra dai pasto\u00acri, con coltelli lunghi o sottili prendono posto in siti diversi, e, in due o tre ore, centinaia di vispi animaletti che saltellavano e belavano allegramente, sono colla massima indifferenza scannati [&#8230;] quei tanti ventricoli vengono pazientemente riempiti del sangue che era stato conservato, legati al sommo, immersi nell&#8217;acqua bollente, estratti, dopo intostiti, messi a raffreddare, e gli intestini pi\u00f9 stretti attorcigliati intorno ai pi\u00f9 lunghi [&#8230;] ed eccoti le famose stigghiole [&#8230;] Lavatisi tutti e puliti, pecorai e garzoni, il curatolo che non \u00e8 meno stanco degli altri, invita tutti, compresi i compratori, a riposarsi e mangiare nella masseria&#8217;, e tosto ciascuno siede e mangia del pane suo con pezzi di sangue ancora tiepido e stigghiole dagli allegri garzoni cotte sulla bragge o cenere calda non importa [&#8230;] e i cani, irrequieti e dimenando le villose code, fuori van pescando qualche avanzo e lambendo qua e l\u00e0 fin le gocce di sangue cadute\u00bb.<br \/>\nScene come queste possono provocare disgusto a noi che viviamo nel terzo millennio; e non \u00e8 da escludere che lo dessero anche a non pochi individui delle generazioni passate. Sta di fatto che il sangue era considerato un alimento importante, specialmente per le persone denutrite. Non a caso l&#8217;anemia si curava con grossi bicchieri di sangue che gli addetti ai macelli comunali non negavano mai a chi lo chiedesse. Spesso erano gli stessi medici a consigliare agli ammalati di rivolgersi al macello. E non si creda che nella Sicilia arcaica si consumasse solo sangue di animali uccisi; era apprezzato anche il sangunazzu di vistioli, frutto dei salassi che periodicamente si praticavano ai buoi e alle vacche: \u00abrozzo cibo\u00bb, ammetteva Cristoforo Grisanti, ma pur sempre \u00abgrazia di Dio\u00bb da dividere con parenti e amici.<br \/>\nSe, per sgravarsi del \u00absangue vecchio\u00bb, i bovini e gli equini offrivano le vene alla balestra del maniscalco o dello stesso contadino, gli uomini si facevano salassare dal barbie\u00acre almeno una volta all&#8217;anno, prefer\u00ecbilmente il giorno di san Valentino, a Palermo. \u00abAltrove \u2013 cito Giuseppe Pitr\u00e8 \u2013 era divozione fare altrettanto in certe solenne festivit\u00e0 dell&#8217;anno; com&#8217;era consuetudine il farlo all&#8217;entrare di ogni nuova stagione in certi giorni designati, a luna nuova e non so con quali condizioni f\u00ecsiche o metereologiche\u00bb. Il salasso era ritenuto efficacissimo nella cura della pleurite, della polmonite e di tante altre malattie. Per taluni mali erano invece preferite le mignatte, allevate e applicate, nemmeno a dirlo, dal barbiere. Tralasciando le innumerevoli pratiche magiche connesse al sangue e gli antichi tab\u00f9 radicati nelle campagne meridionali fin dai tempi di Plinio e di Columella, \u00e8 appena il caso di ricordare, sia pure di sfuggita, i rituali di autoflagellazione nelle comunit\u00e0 rurali. La letteratura agiografica dei secoli XVI e XVII \u00e8 prodiga di informazioni in proposito: uomini e donne in odore di santit\u00e0 che durante la Settimana Santa si laceravano le carni; prediche di quaresimalisti che si concludevano con vesti stracciate e isteriche processioni di autoflagellanti.<br \/>\nNato nella terra arsa dei tarantolati, dotato del potere della levitazione, san Giuseppe da Copertino nel corso della sua vita terrena si disciplin\u00f2 tanto da farsi prosciugare fino all&#8217;ultima goccia di sangue. In compenso salv\u00f2 pi\u00f9 volte i campi dalla siccit\u00e0. Memori, forse, dell&#8217;antico esempio del Santo pugliese, ancora nel 1975, in un paesino del Sannio circa trecento persone, che partecipavano a una processione per impetrare la pioggia, \u00absi sono flagellate per ore secondo precise modalit\u00e0 condivise dall&#8217;intero paese\u00bb. Miracoli di fede contadina! Miracoli universali, considerato che anche in Abissinia si faceva scorrere il sangue per far piovere.<br \/>\nNaturalmente ai nostri giorni non ci si flagella pi\u00f9 per muovere a compassione Giove Pluvio. Ma qualche processione per impetrare la pioggia, con i preti in cotta e stola e gli stendardi delle confraternite, ogni tanto s&#8217;inscena ancora nei comuni della Sicilia interna, specialmente nei periodi di prolungata siccit\u00e0. Non \u00e8 forse, anche questa circostanza, spia di una concezione del mondo e della vita affermatasi in condizioni di estrema precariet\u00e0 esistenziale? Concezione del mondo, cultura contadina criticabile quanto si vuole, ma comunque pregnante di valori, non ultimo dei quali quello della solidariet\u00e0, come dimostra la presenza in queste manifestazioni di persone estranee al processo produttivo agricolo.<\/p>\n<p>Pippo Oddo<br \/>\nPalermo l\u00ec 30 novembre 2013<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>la riflessione sabatina n. 11 di Pippo Oddo Nell&#8217;agosto 1308 passa a miglior vita, nella mistica provincia umbra, la badessa suor Chiara di Montefalco dell&#8217;ordine di Sant&#8217;Agostino. Da anni nota come suor Chiara della Croce (perch\u00e9 convinta di ospitare il Crocefisso dentro il cuore), la Nostra gode pure fama di beata allorch\u00e9 cessa di vivere. Logica vuole, quindi, che le sue spoglie mortali siano imbalsamate per essere additate ai fedeli dei secoli a venire. 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