{"id":4253,"date":"2013-12-07T01:34:05","date_gmt":"2013-12-07T00:34:05","guid":{"rendered":"http:\/\/www.agoraciminna.it\/ag\/?p=4253"},"modified":"2013-12-07T01:34:05","modified_gmt":"2013-12-07T00:34:05","slug":"lasino-e-la-sicilia-svelata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.agoraciminna.it\/ago\/2013\/12\/07\/lasino-e-la-sicilia-svelata\/","title":{"rendered":"L&#8217;asino e la Sicilia svelata"},"content":{"rendered":"<div>riflessione sabatina n. 12<\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 13px;\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-4254\" alt=\"riflessione sabatina 12\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2013\/12\/riflessione-sabatina-12-300x203.jpg?resize=300%2C203\" width=\"300\" height=\"203\" data-recalc-dims=\"1\" \/>Piaccia o non piaccia, non c\u2019\u00e8 niente di male e men che meno d\u2019irrispettoso, ma il ridente paesino dove sono nato e cresciuto io \u00e8 tuttora noto nella zona come \u201cpaisi di li scecchi\u201d, paese degli asini. Il colorito blasone popolare gli fu appioppato non gi\u00e0 per l&#8217;ottusit\u00e0 dei suoi figli, ma perch\u00e9 una trentina di essi fino agli anni sessanta del secolo scorso, e anche dopo, andavano a vendere gesso nei villaggi vicini con branchi di sette o otto somari. Durante e subito dopo la seconda guerra mondiale i \u201cissalora\u201d di Villafrati arrivavano con gli asini addirittura nel centro di Palermo e s\u2019incontravano in tutte le principali fiere del bestiame della Sicilia, da San Cataldo a Sant\u2019Agata di Militello. Eppure l&#8217;asino non mi aveva dato mai da pensare prima di un uggioso sabato mattina di una quarantina di anni fa. Di quel giorno ricordo ogni minimo particolare.<\/span><\/div>\n<div id=\"id_52a2696c037b49893675657\">Mentre respiravo polvere e muffa del 1714 nella severa sala di studio dell&#8217;Archivio di Stato di Palermo, intento a scavare con l&#8217;ansiet\u00e0 di un archeologo attorno al fittone delle mie radici, mi trovai d&#8217;improvviso tra le mani un rivelo di anime e beni contrassegnato dal rozzo segno di croce di un mio antenato allora quarantenne. Non se la passava poi tanto male, la buonanima: possedeva casa, stalla e pagliera, campi e vigna, una giumenta, due pariglie di buoi, quattro vacche, una \u201cinizia\u201d e due \u201cbalduini\u201d, di cui uno vecchio e uno di quattro anni, zoppo. Ora, a parte il sudore versato per interpretare la pessima grafia dell&#8217;oscuro prete che aveva compilato il rivelo, non capivo che razza di bestie fossero i balduini. Consultai ben quattro dizionari senza trovare nemmeno una traccia di quegli animali misteriosi. M&#8217;informai con archivisti e studiosi. Niente, ne sapevano meno di me. Per farla breve, la mia curiosit\u00e0 sarebbe rimasta inappagata in eterno se ad un certo momento non si fosse profilato nella sala di studio un inviato speciale della Divina Provvidenza camuffato da colto padre gesuita. Mi rivolsi anche a lui, ovviamente.<br \/>\nE appresi che i balduini o baldovini altro non erano che asini, \u00abasini a tutti gli effetti\u00bb celi\u00f2 il sant\u2019uomo, \u00abcapaci di ragliare e di cacciarsi le mosche con la coda\u00bb. Approfittando ancora della sua cortesia, gli chiesi il significato etimologico di quello strano nome e lui mi spieg\u00f2 che baldovino deriva dal francese antico Bauduin, l&#8217;asino delle favole d&#8217;oltralpe. Misi perci\u00f2 a soqquadro tutti gli scaffali gravati da dizionari stranieri alla ricerca dei possibili modi di chiamare l&#8217;asino, saltando disinvoltamente dal baudet francese all&#8217;Esel tedesco, al donkey inglese, al burro spagnolo, dal quale pare derivi l&#8217;epiteto \u201cburino\u201d che i Romani tuttora riservano ai pronipoti di quanti un tempo arrivavano nel centro nell&#8217;Urbe in groppa all&#8217;asino.<br \/>\nEsaurita la consultazione dei vocabolari, passai mentalmente in rassegna i termini dialettali della docile cavalcatura su cui il Messia entr\u00f2 trionfalmente a Gerusalemme. Me ne sovvennero pochini, a dire il vero: ciuccio, sumeri, sumaru, ciucci e naturalmente, prima di ogni altro, sceccu. Ma mi accontentai perch\u00e9, statistiche alla mano, questi appellativi coprivano pi\u00f9 del sessanta per cento della popolazione asinina italiana. E mi sentii riempire il petto dall\u2019orgoglio pensando che si chiamava sceccu un asino su quattro.<br \/>\nPotevo riservare allo sceccu minori riguardi di quanti ne avevo dedicati al balduino? Mai e poi mai! Avviai immediatamente una ricerca anche sul significato etimologico di sceccu. E m&#8217;impelagai in una ridda di ipotesi da cui non sono stato mai pi\u00f9 capace di uscire. Non mi convincono n\u00e9 le tesi del Dizionario Etimologico Siciliano del Pasqualino che farebbero derivare sceccu dall&#8217;ebraico scech, cio\u00e8 quieto, oppure da sciak, dimesso, n\u00e9 i compiaciuti arzigogoli di chi, all&#8217;indomani dell&#8217;unit\u00e0 d&#8217;Italia, inseguiva l&#8217;improbabile deriva ciuco, ciuccio, sciuccu, sceccu, senza dimostrare il resto di niente. Se poi abbia ragione il filologo tedesco Gerhard Rohlfs, che non esclude una lontana parentela della parola siciliana con la corrispondente turca es\u00e8k (che si pronuncia escek), \u00e8 questione, a detta degli esperti, tutta da dimostrare.<br \/>\nMa, con buona pace di tutti i dubbiosi di questo mondo, nel mio piccolo io un\u2019idea me la sono fatta nel primo pomeriggio di un bel giorno di primavera dei primi anni Novanta quando, in occasione del congresso regionale della Cia siciliana, ho avuto l\u2019onore di fare da cicerone nelle vie di Palermo nientedimeno al presidente della maggiore organizzazione degli produttori agricoli turchi, che parlava bene l\u2019italiano essendosi laureato a Firenze. Usciti da un ristorante satolli e quasi brilli, abbiamo fatto un po\u2019 di strada insieme discutendo di facezie colossali, tipo \u201cMamma li turchi\u201d, \u201cli turchi su arrivati a la marina\u201d, \u201ccosi turchi\u201d. Ad un certo momento, in un vicolo nei pressi del Politeama vidi un asinello attaccato ad un carrettino carico di broccoli e carciofi di Cerda. \u00abCome si chiama in Turchia quell\u2019animale?\u00bb, chiesi all\u2019ospite. \u00abEscek\u00bb, fu la sua risposta. \u00abQuasi come da noi: sceccu!\u00bb, spiegai convinto di chiudere cos\u00ec l\u2019argomento. E invece no, il turco aggiunse: \u00abForse i primi asini arrivarono in Sicilia dalla Turchia\u00bb.<br \/>\n\u201cSar\u00e0 vero?\u201d, mi chiesi mentalmente, ma sapevo bene che di scontato non c&#8217;\u00e8 nulla a proposito dell&#8217;asino, e continuo a pensarla ancora oggi cos\u00ec. Ha limitate capacit\u00e0 intuitive e intellettive, vuole un inveterato luogo comune. Ma era tanto stupido quell&#8217;asino della favola di Esopo che, vistosi l\u00ec l\u00ec per essere sbranato dal lupo, ide\u00f2 uno stratagemma che gli consent\u00ec di rompere i denti alla belva? Prendiamo poi la scenetta del Presepio: che ci faceva l&#8217;asino nella grotta di Betlemme? Riscaldava forse Ges\u00f9 Bambino, come ci hanno insegnato al catechismo? Tutto il contrario: \u00abQuell\u2019asinaccio insolente \u2013 sono parole di Giuseppe Pitr\u00e8 \u2013, agitando le lunghe orecchie e alitando violentemente, raffreddava i pannolini del Bambino\u00bb, facendo incavolare di brutto il Padre Eterno che non perse tempo a maledirlo.<br \/>\nMa forse le cose andarono in modo un po&#8217; diverso, se c&#8217;\u00e8 ancora chi giura e spergiura che la maledizione gli fu data perch\u00e9 appena vide nascere Ges\u00f9, quella bestia si mise a ragliare in modo cos\u00ec spaventevole che giusto per miracolo non fece seccare il latte a Maria Santissima. Ad ogni modo, quali che siano stati i motivi della grave decisione divina, l&#8217;asino fu maledetto e perci\u00f2, a differenza di certi scomunicati della Padania, nessun siciliano timorato di Dio (tranne uno di mia conoscenza di cui mi occuper\u00f2 quanto prima) ha mai mangiato carne asinina, a meno che non gliela abbiano propinata a sua insaputa sotto forma di salumi.<br \/>\nL&#8217;asino aveva per\u00f2 una pessima reputazione ancor prima del fattaccio di Betlemme: per i pelati sudditi del faraone l&#8217;asino rosso era una delle entit\u00e0 pi\u00f9 pericolose che l&#8217;anima incontrava dopo la morte. Aveva qualcosa in comune con la \u00abBestia scarlatta\u00bb dell&#8217;Apocalisse? Forse. Ma non \u00e8 il caso di scommetterci, anche perch\u00e9 l&#8217;asino non era per tutti creatura malefica. Anzi, a detta di Pindaro, aveva un ruolo importante nei culti apollinei. Era addirittura considerato sacro in molte tradizioni. Gli stessi Ebrei erano accusati di adorare l&#8217;asino. E la calunnia di onolatria non risparmiava i Cristiani, a giudicare da un graffito del Palatino, ritrovato nel 1857, raffigurante un Crocifisso dalla testa asinina, un suo devoto e la scritta \u00abAlessandro adora il suo Dio\u00bb. Ma, a prescindere da tali aberrazioni e dagli stessi onori riservati agli asini in occasione della Festa dei folli di medievale memoria, rimane il fatto che l&#8217;asino \u00e8 talora assurto alla dignit\u00e0 di cavalcatura privilegiata dei signori d&#8217;Egitto e degli stessi Immortali cinesi, che si facevano trasportare da asini bianchi.<br \/>\nSorge allora il sospetto che il paziente animale fosse considerato sacro o diabolico a seconda del manto, con una scala di valori avente agli estremi il bianco e il rosso. \u00c8 poi fuor di dubbio che un certo peso l&#8217;abbia avuto il sesso, penalizzante \u2013 contrariamente a quello umano \u2013 per gli esemplari maschi. Asina era infatti la bestia con cui la Sacra Famiglia fugg\u00ec in Egitto, asina quella montata dal Messia la Domenica delle Palme, asina l&#8217;animale che avvert\u00ec Baalam della presenza di un angelo mandato da Jahv\u00e8. Asine and\u00f2 a cercare dopo averle perdute, Samuele. E asine cavalcavano in Sicilia i curati di campagna, i questuanti, i barbieri e gli altri artigiani rurali che nella stagione delle messi giravano di aia in aia per riscuotere i crediti in natura che vantavano nei riguardi dei contadini. Asinelle della razza sarda tiravano a Palermo i carretti degli erbivendoli, degli acquaioli e dei gelatai. Asine sono, naturalmente, le fattrici di asini e di muli, dispensatrici del latte che pi\u00f9 di ogni altro somiglia a quello umano, lo stesso con cui si lavavano le matrone e gli effeminati damerini della Roma imperiale.<br \/>\nDi ben pi\u00f9 scarsa considerazione hanno goduto in tutti i tempi gli asini maschi. Senza spingersi fino al Medioevo quando i vizi degli uomini venivano rappresentati dai pittori con sembianze asinine, \u00e8 risaputo che, a parte i pochi esemplari destinati alla funzione riproduttiva, quasi tutti gli altri asini venivano \u201csanati\u201d, vale a dire castrati. E l&#8217;ingenerosa sorte accomunava i rimanenti figli d&#8217;asina, somarelli o muli che fossero, e i cugini cavalli e bardotti, che pure avevano per madre la giumenta. \u00c8 vero, in giro per l&#8217;Italia preindustriale, qualche asino \u201cnteru\u201d si sentiva di quando in quando ragliare, oltre a quelli da monta; ma, o apparteneva ad un padrone che lo sottoponeva a fatiche da mulo, o veniva adibito a lavori ancora pi\u00f9 usuranti, come il trasporto di pietrame, gesso e calcina, oppure doveva far girare norie, mulini, frantoi&#8230; gli occhi bendati come un malfattore affidato alle cure del boia: era, insomma, asino con tanto di attributi ma anche con qualche \u201ccustana\u201d(guidalesco) di troppo. Custana che non cicatrizzava certo con un semplice strofinamento di foglie d&#8217;agave n\u00e9 tanto meno con applicazioni di rospi spaccati, come suggerivano taluni maniscalchi sedicenti esperti di veterinaria empirica. L\u2019unico vero ma blando rimedio contro quelle brutte piaghe \u2013 impacchi tiepidi di acqua ai fiori d&#8217;arancio \u2013 lo conosceva per conto suo solo il villano. Era lui l&#8217;amico pi\u00f9 sincero dell&#8217;asino.<br \/>\nCon esso spesso condivideva una casetta di un solo vano, peraltro anche ostello del maiale, del cane, della gatta, della tartaruga e delle galline. Soltanto lui, il contadino, lo puliva e gli toglieva le cispe dagli occhi. Lui vigilava per evitare che il basto non gli rovinasse la schiena. \u00abOgni notte \u2013 scriveva nel 1884 il barone dei villani Serafino Amabile Guastalla \u2013 si alza tre o quattro volte dal letto e con amorosa insistenza osserva se non manchi di paglia, se sia sdraiato, se per caso la cavezza non gli si attorcigli alla strozza. II giorno di San Vito fa benedirlo dal prete, perch\u00e9 il Santo lo preservi dai morsi dei cani idrofobi e fa benedirlo nel giorno di San Silvestro, perch\u00e9 il glorioso pontefice lo difenda dai lupi. I figli spesso strillar! per fame, ma all&#8217;asino non manca mai il manipoletto del fieno, un pugno d&#8217;orzo, o se non altro, la paglia\u00bb. Posto davanti al dilemma \u00abdi scegliere fra la morte della moglie o del ciuco\u00bb, il contadino \u00abnon sarebbe in forse un minuto. Un&#8217;altra donna \u00e8 presto trovata, ed egli ha il beneficio di un&#8217;altra dote, e della carne fresca&#8230; ma invece a comprare un altr&#8217;asino s&#8217;impantanerebbe nei debiti e a trarsene fuori ci vorrebbe l&#8217;aiuto di Dio\u00bb. Insomma, sapesse scolpire, il contadino farebbe sicuramente una statua all&#8217;asino, prima di vederlo scomparire dalla faccia della terra, come \u00e8 gi\u00e0 successo all&#8217;asino di Pantelleria (che a fatica si \u00e8 finalmente riusciti a riportare in purezza): l&#8217;ultimo esemplare era morto annegato, malgrado lo speciale albo genealogico ottenuto gi\u00e0 negli anni Venti del secolo scorso, come l&#8217;altrettanto celebre asino di Martina Franca.<br \/>\nMa chi gliela fa la statua all&#8217;asino, se lo sfortunato animale \u00e8 stato snobbato perfino dallo scultore Pietro Giambelluca il quale, pur animato dal nobile proposito di recuperare l&#8217;identit\u00e0 culturale della sua gente, ha scolpito la Madre Madonita in groppa a una mula, per collocarla all&#8217;ingresso di un paesino, il suo, che fra i nomi passati ha avuto anche Asinello e Rocca d&#8217;Asino? Non \u00e8 tuttavia il caso di volergliene, all&#8217;artista, dato che lo stesso sant&#8217;Eligio, protettore degli asini, non ha mai fatto una grinza nel vedersi raffigurato dall&#8217;iconografia devota siciliana nell&#8217;atto di benedire un cavallo mutilato. \u00c8 gi\u00e0 tanto che la bistrattata bestia sia stata oggetto d&#8217;attenzione della pittura paesistica di fine Ottocento che (ad onta delle critiche di cui \u00e8 stata a suo tempo oggetto da parte dei futuristi) adesso svela una Sicilia dimenticata, paesaggi ancora integri, valori e rapporti d&#8217;armonia non pi\u00f9 esistenti.<br \/>\nAd ogni buon conto, non di statue o di benedizioni formali ha bisogno al giorno d\u2019oggi l\u2019asino, ma di protezione vera; e non solo perch\u00e9 per la sua leggerezza il latte d\u2019asina pu\u00f2 sostituire degnamente quello umano nell\u2019allattamento di neonati con problemi intestinali; ma anche perch\u00e9 da qualche tempo \u00e8 tornato ad avere un ruolo nella cosmesi. A detta degli esperti, il latte d\u2019asina \u00e8 infatti ben tollerato da qualsiasi tipo di pelle. Ricco com\u2019\u00e8 di nutrienti (vitamine A, B1, B2, B6, C, D, E), minerali ed oligoelementi (calcio, magnesio, fosforo, ferro, zinco), acidi grassi polinsaturi (omega 3 e omega 6), proteine e aminoacidi, permette un ottimale trattamento cosmetico \u00abcon propriet\u00e0 idratanti, rigeneranti e nutrienti\u00bb. L&#8217;asino pu\u00f2 ancora assolvere ad un ruolo importante per la carne che d\u00e0, ma soprattutto come testimone di millenni di storia e di civilt\u00e0 contadina da recuperare all&#8217;interno delle iniziative di sviluppo rurale e dei programmi di animazione didattica e educazione ambientale. Nelle isole minori e nelle aziende agrituristiche la mansueta cavalcatura della Sacra Famiglia pu\u00f2 diventare uno dei mezzi di locomozione ricreativa e culturale, a tutto vantaggio della riscoperta del bello della campagna e dei segni di ci\u00f2 che per lungo tempo \u00e8 stata.<br \/>\nE bisogna riconoscere che questa consapevolezza nella nostra isola comincia a crescere. \u00abAd oggi \u2013 si legge sul Portale dell\u2019innovazione della Regione Siciliana \u2013, secondo dati forniti dall\u2019Istituto per l\u2019Incremento Ippico Regionale la consistenza degli animali si aggira sui 500 capi, di cui 350 fattrici. Gli allevamenti sono ubicati prevalentemente nella provincia di Ragusa dove si concentra il 95% del patrimonio asinino siciliano. Questa presenza significativa nelle campagne iblee ha portato alla costituzione del registro anagrafico dell\u2019Asino Ragusano. Nel resto del territorio isolano ed in particolare in provincia di Agrigento e Catania si contano allevamenti di recente costituzione specializzati nella produzione di latte. Esiste infatti, a livello regionale, una crescente richiesta di latte di asina, ricercato in modo particolare, per le sue propriet\u00e0 (contenuto medio di caseina ed albumine assai prossimo a quello ritrovato nel latte umano e basso potere allergenico) che ne consentono l\u2019utilizzo, con effetti positivi, a neonati affetti da allergie multiple. Per far fronte alla perdita del patrimonio genetico asinino e contemporaneamente alle richieste del mercato, sono stati realizzati degli allevamenti sperimentali di asini per la produzione ed il confezionamento del latte, la cui utilizzazione potr\u00e0 trovare diffusione al di fuori dei tradizionali mercati del consumo del latte\u00bb.<br \/>\nMa gi\u00e0 nel 1999 alle pendici del Pizzo Vuturo, a pochi passi dalle dismesse \u201cpirrere\u201d di gesso di Villafrati (nell\u2019hinterland palermitano), aveva cominciato ad operare Asinalat, un\u2019azienda che adesso alleva pi\u00f9 di ottanta asine fattrici, che producono latte biologico. Per la mungitura l\u2019azienda si avvale di un moderno impianto meccanico appositamente ideato per assicurare la totale salubrit\u00e0 del prodotto. \u00c8 un esempio, questo, per molti aspetti vincente, soprattutto perch\u00e9 il terreno dove vengono coltivati i prodotti biologici di cui si nutrono le asine \u00e8 stato per diversi secoli calpestato e concimato dagli asini dei gessai che trasportavano il materiale gessoso estratto dalle \u201cpirrere\u201d fino alle \u201ccarcare\u201d (fornaci), dove veniva preparato il gesso da muro che poi gli stessi asini portavano ovunque ce ne fosse bisogno.<\/div>\n<div><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><\/div>\n<div>Pippo Oddo<br \/>\nPalermo, l\u00ec 07 dicembre 2013<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>riflessione sabatina n. 12 Piaccia o non piaccia, non c\u2019\u00e8 niente di male e men che meno d\u2019irrispettoso, ma il ridente paesino dove sono nato e cresciuto io \u00e8 tuttora noto nella zona come \u201cpaisi di li scecchi\u201d, paese degli asini. 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