{"id":5990,"date":"2015-04-25T10:23:49","date_gmt":"2015-04-25T08:23:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.agoraciminna.it\/ag\/?p=5990"},"modified":"2015-04-25T10:23:49","modified_gmt":"2015-04-25T08:23:49","slug":"w-la-festa-della-liberazione-onore-ai-martiri-e-ai-sopravvissuti-alleccidio-di-cefalonia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.agoraciminna.it\/ago\/2015\/04\/25\/w-la-festa-della-liberazione-onore-ai-martiri-e-ai-sopravvissuti-alleccidio-di-cefalonia\/","title":{"rendered":"W la festa della Liberazione. Onore ai martiri e ai sopravvissuti all&#8217;eccidio di Cefalonia"},"content":{"rendered":"<p><em>di Pippo Oddo<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/Memorie-di-Cefalonia.jpg\" rel=\"lightbox\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-large wp-image-5996\" alt=\"Memorie di Cefalonia\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/Memorie-di-Cefalonia.jpg?resize=200%2C281\" width=\"200\" height=\"281\" data-recalc-dims=\"1\" \/><\/a>Il cavalier Benincasa, gi\u00e0 zzu Pippinu l\u2019americano<br \/>\nSe ancora oggi \u2013 scrivevo alla fine di maggio 2012 \u2013 stento a crederci io che, oltre allo zzu Pippinu (classe di ferro 1922), conosco bene anche il fatto e l\u2019antefatto, \u00e8 facile immaginare come avr\u00e0 accolto la notizia la buonanima di suo nonno Cal\u00f2 Gentile, quando gli fu trasmessa non so da quale diavolo dell\u2019inferno. Eppure, con nota del 14 febbraio 2012 [festa degli innamorati, ndr], il prefetto di Palermo aveva gi\u00e0 scritto cos\u00ec all\u2019Ill.mo Signor Giuseppe Benincasa, via Tramontana n. 20, Castronovo di Sicilia:<\/p>\n<p>Egregio Cavaliere,<\/p>\n<p>mi \u00e8 gradito comunicarLe che con decreto del Presidente della Repubblica in data 27 dicembre 2011, la S. V. \u00e8 stata insignita dell\u2019Onorificenza di Cavaliere dell\u2019Ordine al Merito della Repubblica Italiana.<br \/>\nNell\u2019esprimerLe il mio pi\u00f9 vivo compiacimento, sar\u00f2 lieto di consegnarLe l\u2019onorifica distinzione non appena sar\u00e0 pervenuta.<br \/>\nUmberto Postiglione<\/p>\n<p>Ma l\u2019interessato pot\u00e8 ricevere la missiva solo dopo alcuni giorni, grazie agli amici del Municipio che gliela trasmisero tramite internet al suo domicilio statunitense. \u00c8 d\u2019altronde risaputo che il vegliardo nostro sverna nell\u2019altra sponda dell\u2019Atlantico per tornare in Sicilia, come le rondini, solo in primavera, se gli va bene. Altrimenti alla vigilia della festa di San Pietro, che per quanto scaduta, rimane pur sempre un evento di tutto rispetto per i castronovesi stanziali e per quelli sparsi nel mondo. \u00c8 superfluo aggiungere che un minuto dopo aver ricevuto la bella nuova, lo zzu Pippinu si attacc\u00f2 al telefono per metterne a parte con una punta di malcelato orgoglio i parenti e gli amici pi\u00f9 cari, compreso chi scrive. Gli rest\u00f2 solo il rammarico di non potere informare nessuno dei fratelli e delle sorelle (l\u2019ultima delle quali mor\u00ec ultracentenaria sette o otto anni fa), n\u00e9 tanto meno suo nonno, che gli aveva fatto da padre negli anni dell\u2019infanzia quando era gi\u00e0 gran ventura se si poteva mangiare tutti i giorni pani e sputazza.<br \/>\nChe sagoma nonno Cal\u00f2! Campiere s\u00ec, ma leccapiedi mai! Grazie a Dio, Caliddu Gentile aveva giurato di non scadere a quel livello fin dall\u2019et\u00e0 di quattro anni, quando (dovendo rinunziare al latte della madre) fu costretto ad imparare in fretta e furia tutte le strategie di sopravvivenza sperimentate con successo nella Sicilia interna, dove il proverbio pi\u00f9 in voga era: Inchi la panza e ghinchila di spini. Nel 1860 si arruol\u00f2 con Garibaldi e lo segu\u00ec fino a Milazzo e due anni dopo anche in Aspromonte gridando a squarciagola: O Roma o morte! Mafioso forse un po\u2019 lo era, Cal\u00f2 Gentile. Altrimenti non sarebbe mai diventato campiere nel feudo Savochella del barone Agnello di Siculiana. Ma se lo era, apparteneva a quella maffia scarsa che non infieriva mai sui contadini costretti dalla fama a rubacchiare qualche covone di grano ancora da dividere con il padrone. Anzi, Cal\u00f2 li invitava a far tesoro del detto arrubbari a cu\u2019 ha arrubbatu nun \u00e8 piccatu, che molti anni dopo riechegger\u00e0 ammantato di sociologismo negli espropri proletari in ambiente urbano. A furia di ripeterlo, Cal\u00f2 Gentile fin\u00ec coll\u2019inimicarsi l\u2019alta mafia dei monti Sicani, che il 22 aprile 1904 fece trovare la presunta testa del bandito Varsalona in avanzato stato di decomposizione appesa ad una pertica nei pressi delle case grandi del feudo Savochella, alle falde del monte Cammarata, e soprattutto il barone Agnello, che (avendo messo una taglia di 5.000 lire sul feroce masnadiero) diede il campiere in pasto alla giustizia, facendolo condannare a quattro anni di reclusione.<br \/>\nMa nemmeno il carcere valse a fargli togliere dalla testa che arrubbari a cu ha arrubbatu nun \u00e8 piccatu, motto destinato a diventare anche stella polare del primo Peppino Benincasa. Il quale, sveglio com\u2019era e aperto a tutte le esperienze, gi\u00e0 all\u2019et\u00e0 di otto anni godeva della stima dei pochi antifascisti di Castronovo e segnatamente del dottore Baldassare Pace e degli avvocati Morici e Giovanni Buttacavoli, che volevano iniziarlo alla massoneria. <a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/Pippo-Oddo-Liberazione.jpg\" rel=\"lightbox\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignright size-medium wp-image-5993\" alt=\"Pippo Oddo Liberazione\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/Pippo-Oddo-Liberazione-300x225.jpg?resize=300%2C225\" width=\"300\" height=\"225\" data-recalc-dims=\"1\" \/><\/a>Ma da quest\u2019orecchio il ragazzino non ci sentiva. Era invece pi\u00f9 che propenso a collaborare con loro tutte le volte che decidevano di organizzare uno scherzo di cattivo gusto ai gerarchi del Fascio, a cominciare dal segretario politico don Eugenio Landolina, meglio noto come don Rodrigo per i suoi metodi autoritari e il malvezzo di schiaffeggiare in pubblico chiunque non si prestasse ai suoi voleri o mostrasse tiepidezza verso l\u2019alta missione cui era chiamata la Patria guidata dal duce predappiano. E ne sapeva qualcosa lo stesso Peppinello Benincasa, che pi\u00f9 di una volta ricevette ceffoni e calci nel sedere perch\u00e9 reo di aver tentato di difendere i ragazzini pi\u00f9 deboli dalle prepotenze dei coetanei.<br \/>\nAnche per questo, l\u2019amato nipotino di Cal\u00f2 Gentile divenne longa manus degli antifascisti fino al punto da improvvisarsi postino e attacchino dei manifesti scritti a mano che raccontavano in rima baciata le prodezze di don Rodrigo e dei suoi lacch\u00e8 con gli stivali lucidi, il frustino di cuoio intrecciato e la camicia nera. Ma non gli faceva difetto lo spirito di iniziativa. Dopo aver studiato le abitudini dei gerarchi, che si riunivano nella chiesa sconsacrata di Sant\u2019Onofrio, nella centralissima piazza Pepi, una sera del 1932 quel diavoletto aspett\u00f2 che fossero spenti i fanali ad acetilene per piazzare un asinello davanti alla porta in modo da farci sbattere il muso al primo fascista che usciva dal locale. Lo scherzo riusc\u00ec a meraviglia e l\u2019indomani tutta Castronovo sapeva che uno dei pi\u00f9 stretti collaboratori di don Rodrigo si era abbracciato nottetempo con il camerata che raglia. Ad avvisare la popolazione era stato un cartello anonimo affisso alla porta del Fascio, nemmeno a dirlo, dal piccolo Benincasa. Tra i primi a saperlo fu il podest\u00e0, che (per placare l\u2019ira di don Rodrigo) non perse tempo a spedire il ragazzino per punizione nel Convento di San Martino delle Scale.<br \/>\nOra, mentre il nonno Cal\u00f2 s\u2019imbufal\u00ec, lo zzu Pidduzzu Benincasa (padre del birbantello) plaud\u00ec all\u2019iniziativa: una bocca in meno da sfamare significava un dono della misericordia divina. Ma era cos\u00ec cinico pap\u00e0 Benincasa? Un fascista bigotto e fanatico? Neanche per sogno, a voler credere al figlio oggi cavaliere al merito della Repubblica Italiana: \u00abLa mia infanzia non \u00e8 stata felice \u2013 confessa nell\u2019incipit di un suo libro di memorie, cui ho avuto l\u2019onore e il privilegio di scrivere la prefazione \u2013. Penultimo di una famiglia di dodici figli, a cui la Provvidenza non ha fatto mancare mai il necessario, ho sempre dovuto lavoricchiare per cercare di sbarcare il lunario. Mio padre tirava la carretta attraverso lavori saltuari e di manovalanza. Era povero di roba ma ricco di dignit\u00e0. Gestiva una trattoria e percepiva un piccolo emolumento dal Municipio per il ruolo di capo della banda musicale locale e per la formazione dei giovani musicanti. Nonostante il fascismo agevolava le famiglie numerose con piccoli sussidi, mio padre non lo volle mai accettare\u00bb.<br \/>\nN\u00e9 il plauso del fiero genitore al provvedimento podestarile poteva esser scambiato per segno di resa. Il vero \u00e8 che pap\u00e0 Benincasa temeva che presto potesse venirgli a mancare il sostegno del suocero Cal\u00f2 Gentile, ormai pi\u00f9 che novant\u2019anni (ma destinato a mantenersi in vita fino al 1940), e voleva assicurare al figlio almeno il diritto alla vita e la possibilit\u00e0 d\u2019imparare un mestiere come Dio comanda. Ci riusc\u00ec e non manc\u00f2 di adoperarsi affinch\u00e9, dopo due mesi di soggiorno a San Martino delle Scale, Peppinello fosse trasferito in un Ospizio di beneficenza, a pochi passi dal Politeama di Palermo, dove rimase ben nove anni, apprese il mestiere di falegname e impar\u00f2 a suonare la tromba cos\u00ec bene da essere poi richiesto come \u00absolista\u00bb da diverse bande musicali delle province di Palermo e Agrigento. Successivamente, il lungo e drammatico soggiorno in un\u2019isoletta del greco mar da cui vergine nacque Venere e l\u2019amore filiale per quel prezioso scrigno della storia che \u00e8 il territorio della sua Castronovo ne faranno un poeta di tutto rispetto e un bravo archeologo, nella pi\u00f9 rigorosa tradizione dei tombaroli pentiti (Cfr. La Sicilia, 12 settembre 2009).<br \/>\n<a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/Liberazione.jpg\" rel=\"lightbox\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-large wp-image-5995\" alt=\"Liberazione\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/Liberazione.jpg?resize=201%2C200\" width=\"201\" height=\"200\" data-recalc-dims=\"1\" \/><\/a>Ai nostri fini interressa per\u00f2 ricordare per il momento che Peppino Benincasa pot\u00e8 lasciare l\u2019ospizio di beneficienza solo il 10 giugno 1941, giusto in tempo per presentarsi alla visita di leva. \u00abRisultato idoneo \u2013 racconta lui stesso \u2013, fui messo in congedo provvisorio\u00bb. La fortuna sembrava essere finalmente dalla sua parte, ove si consideri che l\u2019Italia era entrata in guerra da pi\u00f9 di un anno. Ma la pacchia dur\u00f2 solo sei mesi. Il 2 febbraio 1942 fu chiamato alle armi e destinato al 36\u00b0 Reggimento di Fanteria motorizzata della Divisione Pistoia. E da qui, dopo aver dimostrato di saper suonare la tromba, eseguendo magistralmente la Casta diva della Norma di Bellini, fu trasferito alla Compagnia Comando e aggregato alla banda musicale del Reggimento. Nel mese di settembre pass\u00f2 al 317\u00b0 Reggimento Fanteria della Divisione Acqui, di stanza a Zante, occupata dall\u2019Italia sin dal 1941. E per alcuni mesi se la spass\u00f2 come non gli era mai capitato prima: donne, buon vino, esibizioni musicali in piazza, tra \u00abun busto in bronzo di Ugo Foscolo e una statua del poeta greco Solomos\u00bb. Mamma, canzone allora in voga nel nostro paese, divenne anche per merito suo in breve tempo \u00abl\u2019inno dell\u2019isola di Zante\u00bb.<br \/>\nMa il 13 febbraio 1943, la compagnia Comando e il corpo bandistico del 317\u00b0 Reggimento furono trasferiti a Cefalonia. Il grosso della forza lasci\u00f2 Zante alla fine dello stesso mese. La prima tappa fu Argastoli; la destinazione successiva Balsamata, dove avrebbe conosciuto la bellissima Maria Lalli (sua futura sposa) e alcuni esponenti del movimento partigiano ellenico. A giugno il vecchio comandante della Divisione Acqui pass\u00f2 il testimone al generale Antonio Gandin. Con l\u2019arrivo delle reclute della classe 1923 l\u2019insieme della forza risult\u00f2 composta da circa 12.000 uomini. A supportare l\u2019occupazione degli italiani c\u2019erano circa 1.800 soldati tedeschi, perlopi\u00f9 criminali comuni ai quali era stato offerto l\u2019arruolamento come alternativa al carcere. I rapporti tra i due eserciti all\u2019inizio furono buoni; le cose cambiarono bruscamente dopo l\u20198 settembre, in conseguenza dell\u2019armistizio che il generale Pietro Badoglio firm\u00f2 con l\u2019Inghilterra, l\u2019Unione Sovietica e gli Stati Uniti d\u2019America. I fatti sono troppo noti per ritornarci.<br \/>\nVale nondimeno la pena ricordare che la notte stessa arriv\u00f2 un fonogramma dal generale Vecchiarelli (comandante delle truppe stanziate in territorio greco), che recitava: \u00abSeguito conclusione armistizio, truppe italiane [\u2026] seguiranno seguente linea condotta. Se tedeschi non faranno atti di violenza armata, italiani non dico non rivolgeranno armi contro di loro, non dico non faranno causa comune con ribelli n\u00e9 con truppe angloamericani che sbarcassero. Reagiranno con forza a ogni violenza armata. Ognuno rimanga al suo posto con i compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare\u00bb. Il giorno dopo lo stesso Comando Generale sollecitava l\u2019esercito a cedere le armi ai tedeschi e a lasciare gli avamposti presidiati. Indeciso sul da farsi, il generale Gandin cerc\u00f2 di prender tempo. In qualche misura ci riusc\u00ec, offrendo come segno pacificatorio ai tedeschi il controllo delle alture al centro dell\u2019isola. Ma il risultato fu che il 10 settembre gli ex alleati presentarono un ultimatum che imponeva alle truppe italiane di consegnare le armi nella piazza centrale di Argastoli, davanti all\u2019intera popolazione. Nel frattempo dalla terraferma greca cominciarono ad arrivare notizie contraddittorie: se intere divisioni dell\u2019esercito italiano si arrendevano ai tedeschi, i militari della \u201cPinerolo\u201d andavano ad ingrossare le file dei partigiani greci, che controllavano i monti.<br \/>\nAnzich\u00e9 seguirne l\u2019esempio, il 14 settembre il generale Gandin chiam\u00f2 tutti i soldati della Divisione Acqui a pronunziarsi in un referendum con tre ipotesi: 1) arrendersi, 2) schierarsi a fianco dei tedeschi, 3) combattere contro di essi. La risposta fu quasi unanime: Guerra ai tedeschi! Il Governo presieduto da Badoglio frattanto invitava con un fonogramma a rivolgere le armi contro gli ex alleati. A mezzogiorno il generale Gandin comunicava l\u2019esito del referendum; e cos\u00ec ebbe inizio l\u2019inferno di Cefalonia. Il 15 settembre il Comando Supremo dell\u2019esercito tedesco invi\u00f2 nell\u2019Isola nuovi battaglioni, che appoggiati dall\u2019aviazione e sfruttando il vantaggio acquisito dal controllo delle alture, ridussero in pochi giorni all\u2019impotenza il nostro esercito; tanto che il 22 settembre il generale Gandin convoc\u00f2 un Consiglio di Guerra, che si concluse con la decisione di arrendersi ai tedeschi. I soldati italiani catturati furono fucilati per ordine di Hitler. La belva teutonica non si acquiet\u00f2 il giorno successivo, nel corso del quale il bilancio dei militari italiani fucilati arriv\u00f2 a circa 4.500 soldati e 155 ufficiali; molti altri nostri connazionali, tra i quali 129 ufficiali (compreso il generale Gandin), furono passati per le armi tra 23 e il 28 settembre. Sommando anche i morti per il successivo affondamento di tre navi, le vittime italiane ammonteranno a pi\u00f9 di 9.400.<br \/>\nAddetto alla difesa della Compagnia Comando, Peppino Benincasa durante una rischiosa missione fu ferito leggermente ad una gamba da una scheggia di bomba sganciata dall\u2019aviazione tedesca. Ma non and\u00f2 a riposarsi: bench\u00e9 dolorante non pot\u00e8 sottrarsi n\u00e9 alle marce forzate n\u00e9, tanto meno, alla cattura da parte del nemico, che non mostr\u00f2 certo particolari riguardi verso di lui, a giudicare da come un soldato tedesco gli strapp\u00f2 dal collo una collana con una medaglietta dorata della Madonna, credendo che stesse per appropriarsi di chiss\u00e0 quale tesoro. \u00abIl bastardo \u2013 racconta lui stesso \u2013 me la sfil\u00f2 con forza dandomi uno spintone. Caddi a terra insieme alla catena, il piastrino e la medaglietta [\u2026]. Mi venne un impeto di reazione, ma i miei compagni mi fermarono. Fu forse il destino, ma quella caduta fu la mia salvezza. Indolenzito e pieno di rabbia, a digiuno da due giorni e senza dormire, mi addormentai per terra. Non so quanto tempo pass\u00f2, nel dormiveglia sentii una voce: \u201cIn marcia\u201d. A seguire sentii una raffica di spari e i miei commilitoni che si accasciavano su di me. Gli spari si confondevano con le urla ed i lamenti dei miei commilitoni, che cadevano come birilli. Io fui travolto da quell\u2019immenso peso umano che mi cadde addosso. Rimasi schiacciato da tanti corpi oramai privi di vita, non riuscivo a muovermi. Svenni per il dolore e per la disperazione. Al risveglio era buio, mi trovai pieno di sangue con cadaveri addosso ed intorno. Ancora indolenzito e sporco di sangue e con il dolore alla gamba, con la febbre, facevo fatica a reggermi in piedi. Provavo a camminare carponi ma gli sterpi mi ferivano le mani. Non avevo altra scelta, dovevo raggiungere Balsamata, se volevo salvarmi\u00bb. Si salv\u00f2, con l\u2019aiuto degli isolani e in particolare di uno dei suoi migliori amici, Giorgio Rasis, che lo metter\u00e0 presto a contatto con i capi della resistenza greca.<br \/>\nQueste e tante altre cose (compresi alcuni affreschi di vita quotidiana e costumi ellenici) Peppino Benincasa (che pure aveva frequentato solo la terza classe elementare) ha avuto modo di raccontarle nel libro autobiografico Memorie di Cefalonia. La guerra volutamente dimenticata e il martirio della Divisione \u201cAcqui\u201d (San Giovanni Gemini s. d., ma 2007), avvalendosi anche del supporto morale e culturale di chi scrive e dei nostri comuni amici prof. Franco Licata e dott. Mario Liberto, che ne hanno curato la pubblicazione. Di pi\u00f9, il prof. Licata, gi\u00e0 sindaco di Castronovo e allora presidente dell\u2019Associazione Culturale Kassar, scrivendo una pur breve presentazione del libro ha tenuto a precisare che \u00abfra i meandri di quella \u201csporca\u201d guerra con tutti i rovinosi effetti, lui [lo zzu Pippinu] riesce a cogliere le pur poche positivit\u00e0: la solidariet\u00e0 e l\u2019accoglienza del popolo greco, che hanno raggiunto il loro culminante epilogo nel grande amore per Maria Lalli, sua unica dea ed insostituibile compagna di vita\u00bb. \u00c8 appena il caso di aggiungere che la bellissima \u00abgreca\u00bb, ormai nel mondo dei pi\u00f9, ha trovato la sua ultima dimora molti anni fa nel piccolo cimitero di Castronovo. Per questo motivo il cavaliere errante torna tutti gli anni nella terra natia e non manca di fare una capatina a Cefalonia, dove Maria aveva ricevuto in eredit\u00e0 dai genitori una casetta e piccolo appezzamento di terra.<br \/>\nE si noti che il suo frenetico andirivieni tra il nuovo e il vecchio mondo, la Magna Grecia e le isole egee non soddisfa appieno la sua sete di periodica innovazione ambientale, che ancora alla sua veneranda et\u00e0 lo porta pure dal New Jersey in California, dalla Sicilia in Calabria, a Roma, a Venaria reale, ovunque ci siano parenti ed amici da abbracciare o cose nuove da vedere. Il che lo ha fatto apparire troppo spesso stravagante e raccontafavole da strapazzo. Prova ne sia che fino a pochi anni addietro non erano molti i castronovesi disposti a credere alla storia della sua miracolosa salvezza dalle mitragliate tedesche. Non a caso quando presentammo il suo libro nella stessa piazza Pepi dove ottanta anni prima il futuro cavaliere aveva fatto abbracciare il gerarca fascista con il camerata con la coda, c\u2019era moltissima gente ma i castronovesi brillavano per assenza e, tra i pochi che assistevano, ce n\u2019erano pure alcuni con la faccia ridanciana.<br \/>\nMa intanto le sue Memorie conquistavano nuovi lettori, andavano a ruba tra gli addetti ai lavori, trovavano spazio nelle migliori biblioteche e nelle librerie private di almeno due continenti. Davano il la ad importanti iniziative come la festa e le attestazioni di stima che i castronovesi residenti a Venaria Reale hanno riservato il 15 ottobre 2011 a Peppino Benincasa e alla memoria di quella straordinaria donna che era stata sua moglie, in onore dei quali vollero organizzare un originale spettacolo teatrale (costruito dal regista Scibetta sul filo delle Memorie di Cefalonia) e una commovente recita delle poesie d\u2019amore che il romantico poeta aveva dedicato alla sua bellissima greca. Ma gi\u00e0 prima l\u2019opera del Benincasa aveva richiamato alla memoria le gesta di pi\u00f9 di un eroe dimenticato. Pu\u00f2 testimoniarlo anche chi scrive. Nel libro (p. 48) c\u2019\u00e8 scritto:<\/p>\n<p>Dal mio compaesano Vincenzo Tirrito, inteso Tuppo, e dal tenente Giuseppe Triolo, durante la mia latitanza da partigiano greco ELLAS, mi raccontarono delle gesta del capitano Antonino Verro di Corleone.<br \/>\nQuesti era imparentato con Bernardino Verro, tra i fondatori dei Fasci siciliani, sindaco di Corleone, socialista trucidato nel 1915 dalla mafia. Antonino Verro era comandante della I batteria di accompagnamento. Partito da Argostoli per raggiungere Sami con il I battaglione del 317\u00b0 Reggimento Fanteria Acqui, durante il trasferimento, a causa degli attacchi aerei degli stukas, perdette sia uomini che mezzi.<br \/>\nA causa del contrattempo arriv\u00f2 in ritardo per la battaglia. Il battaglione era gi\u00e0 schierato per la battaglia del ponte Kimonico ed aspettava l\u2019artiglieria. Il capitano Neri, subentrato nel comando del battaglione al maggiore Salemi, era ferito, ed essendo il Verro il pi\u00f9 alto in grado, prese il comando di tutte le truppe. Il battaglione era gi\u00e0 in grosse difficolt\u00e0 dietro l\u2019incalzare del battaglione tedesco, e allo scoperto per essere colpito dagli stukas. Il capitano, insieme al tenente Giuseppe Triolo, mio comandante di compagnia, dopo capo partigiano, cercarono di riorganizzare il battaglione con una mossa a sorpresa. Nei pressi di Divarata, il Verro, insieme ad alcuni volontari, cadde in una imboscata. Fu fucilato immediatamente e senza processo, nei pressi di un viottolo di montagna. L\u2019ultima notte il capitano Verro l\u2019aveva trascorsa in una bettola del paese di Divarata, ancora oggi esistente e trasformata in un negozio di formaggi locali.<\/p>\n<p>Quando lessi per la prima volta questo passo, telefonai ad un mio amico corleonese per chiedergli cosa ne sapesse dell\u2019eroico suo compaesano. Ma sar\u00e0 stato per ragioni anagrafiche o forse perch\u00e9 nel paese dei Santi Leoluca e Bernardo la gente ricorda meglio i nomi dei vari Navarra, Liggio, Reina e Provenzano, fatto sta che sprecai il fiato e il costo della telefonata. Poco propenso per\u00f2 come sono ad alzare bandiera bianca, provai a chiedere lumi anche alla signora Rosellina Bentivegna Rizzo e, con mia immensa gioia, appresi che il capitano Verro era sangue del suo stesso sangue, come lei discendente diretto di Stefano Bentivegna, fratello del pi\u00f9 noto eroe risorgimentale fucilato a Mezzojuso il 20 dicembre 1856. N\u00e9 la cosa fin\u00ec l\u00ec. La signora Rizzo inform\u00f2 le due cugine Verro (una delle quali vive in Lombardia) e le mise a contatto con il Benincasa. Il passo successivo fu una visita che la stessa Rizzo e le due cugine fecero a Benincasa a Castronovo, il quale non solo fu lieto di averle sue ospiti gradite, ma colse l\u2019occasione per invitarle a compiere insieme una sorta di \u201cpellegrinaggio\u201d a Cefalonia, fino al ponte Kimonico, muto testimone della barbarie nazi-fascista. Nell\u2019estate successiva il futuro cavaliere si ritrov\u00f2 puntualmente assieme a Rosy Verro (residente in Lombardia) e alla cugina Rosa Verro Moscato sul ponte della memoria. Rosellina Bentivegna non pot\u00e8 andarci.<br \/>\nMa rimedi\u00f2 il 10 novembre 2011 quando, prendendo spunto proprio dall\u2019opera del Benincasa, per iniziativa di chi scrive l\u2019Istituto Gramsci Siciliano organizz\u00f2 nella sala di lettura della propria biblioteca un convegno presieduto dal suo presidente prof. Salvatore Nicosia, cui parteciparono, oltre al nostro, altri due reduci dell\u2019eccidio di Cefalonia: l\u2019ingegnere Giorgio Lo Iacono di Piana degli Albanesi e Fortunato Basile di Baucina. Di un terzo sopravvissuto (Salvatore Li Causi, nato pure a Baucina ma residente a Villafrati) c\u2019erano i familiari. Ebbene, in quella memorabile occasione furono presenti, tra molti altri, il console di Grecia Renata Lavagnini, insigni docenti e studiosi di lingua e letteratura greca, antica e moderna, come il prof. Vincenzo Rotolo e Antonella Sorci (autrice di un opuscolo, Mamma torno a casa, che raccoglie le ultime testimonianze al femminile del barbaro eccidio del 1943), il prof. Franco Licata, il prof. Nino Conti (nuovo presidente dell\u2019Associazione Kassar), una numerosa delegazione dell\u2019ANPI di Palermo \u201cComandante Barbato\u201d, guidata dal segretario Angelo Ficarra e da Giorgio Colajanni, figlio del compianto Pompeo, l\u2019ardimentoso siciliano che nel 1945 liber\u00f2 Torino dall\u2019occupazione nazi-fascista. Assieme a tutti queste e molte altre personalit\u00e0, le due cugine Verro e Rosellina Bentivegna.<br \/>\n<a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/Giuseppe-Benincasa.jpg\" rel=\"lightbox\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignright size-medium wp-image-5994\" alt=\"Giuseppe Benincasa\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/04\/Giuseppe-Benincasa-300x225.jpg?resize=300%2C225\" width=\"300\" height=\"225\" data-recalc-dims=\"1\" \/><\/a>Vale la pena di aggiungere che in quell\u2019occasione si apprese tramite una ricerca del sottoscritto che il capitano Verro era stato insignito della medaglia d\u2019argento alla memoria. Di pi\u00f9, i parenti seppero che Salvatore Li Causi (classe 1921), rimasto a Villafrati per difficolt\u00e0 motorie, era stato cuciniere del loro eroico congiunto e che, ritornato in Sicilia, un giorno salt\u00f2 sul glorioso trenino a scartamento ridotto per portare le condoglianze e i pi\u00f9 sinceri attestati di stima alla signora Rosalia Bentivegna, madre del glorioso caduto. Ma appena vide la foto del suo capitano, il mio vecchio amico Turiddu Li Causi si commosse fino alle lacrime e non pot\u00e8 pi\u00f9 spiccicare una parola. In segno di riconoscenza, prima che finisse il 2011, le due cugine Verro andarono a ringraziare l\u2019anziano reduce di Cefalonia nella sua umile residenza villafratese.<br \/>\nNegli stessi giorni l\u2019ANPI di Palermo annunziava solennemente la decisione di dare la tessera onoraria a tutti i reduci di Cefalonia presenti (direttamente o indirettamente) al Convegno del 10 novembre. Ma gi\u00e0 prima l\u2019avvocato Giulio Tramontana (originario di Castronovo) aveva avanzato formale richiesta di conferire l\u2019onorificenza di Cavaliere all\u2019Ordine della Repubblica Italiana a Giuseppe Benincasa. Il 27 dicembre il presidente della Repubblica firmava il decreto. Il 2 giugno, festa della Repubblica, nella prestigiosa cornice del trecentesco Palazzo Sclafani, l\u2019umile falegname di Castronovo ricever\u00e0 l\u2019onorifico attestato. Auguri di cuore, zzu Pippi\u2026 pardon cavalier Giuseppe Benincasa! Onore e gloria al grande presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che pochi giorni fa ho visto sfilare commosso per le vie di Corleone in occasione dei funerali di Stato per Placido Rizzotto e il 2 giugno mostrer\u00e0 ancora una volta la sua faccia pulita e rassicurante nelle principali strade di Roma Capitale!<br \/>\nGiuseppe Oddo<\/p>\n<p>NB: Dopo essere stato insignito della medaglia di cavaliere della Repubblica, Giuseppe Benincasa ha reso testimonianza al processo contro i nazi-fascisti autori della strage di Cefalonia.<br \/>\nLa 1^ foto ritrae la copertina del libro di Giuseppe Benincasa, che ospita la mia prefazione.<br \/>\nLa 2^ \u00e8 stata scattata nel trecentesco Palazzo Sclafani il 2 giugno 2012, quando Benincasa ricevette la medaglia di cavaliere della Repubblica. Oggi, 25 aprile 2015, il vecchio partigiano sar\u00e0 ricevuto dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando.<\/p>\n<p><em><strong>Palermo l\u00ec 25 aprile 2015<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Pippo Oddo Il cavalier Benincasa, gi\u00e0 zzu Pippinu l\u2019americano Se ancora oggi \u2013 scrivevo alla fine di maggio 2012 \u2013 stento a crederci io che, oltre allo zzu Pippinu (classe di ferro 1922), conosco bene anche il fatto e l\u2019antefatto, \u00e8 facile immaginare come avr\u00e0 accolto la notizia la buonanima di suo nonno Cal\u00f2 Gentile, quando gli fu trasmessa non so da quale diavolo dell\u2019inferno. Eppure, con nota del 14 febbraio 2012 [festa degli innamorati, ndr], il prefetto di&hellip; <\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":5994,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_publicize_message":"","jetpack_is_tweetstorm":false,"jetpack_publicize_feature_enabled":true},"categories":[6,12,18,31],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/pajU3p-1yC","jetpack-related-posts":[{"id":1917,"url":"https:\/\/www.agoraciminna.it\/ago\/2012\/12\/26\/festa-di-benvenuto-nel-mondo-del-volontariato\/","url_meta":{"origin":5990,"position":0},"title":"Festa di benvenuto nel mondo del volontariato","date":"Dicembre 26, 2012","format":false,"excerpt":"di Francesco Tusa La delegazione di Marineo del Centro Servizi per il Volontariato di Palermo organizza, in collaborazione con il Comune di Ciminna e la Parrocchia Santa Maria Maddalena di Ciminna, una festa di \u201cBenvenuto nel mondo del volontariato\u201d rivolta ai giovani diciottenni del territorio. 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