{"id":6052,"date":"2015-05-07T11:51:40","date_gmt":"2015-05-07T09:51:40","guid":{"rendered":"http:\/\/www.agoraciminna.it\/ag\/?p=6052"},"modified":"2015-05-07T11:51:40","modified_gmt":"2015-05-07T09:51:40","slug":"il-museo-del-grano-e-il-futuro-del-passato-a-campofelice-di-fitalia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.agoraciminna.it\/ago\/2015\/05\/07\/il-museo-del-grano-e-il-futuro-del-passato-a-campofelice-di-fitalia\/","title":{"rendered":"Il Museo del Grano e il futuro del passato a Campofelice di Fitalia"},"content":{"rendered":"<p><em>di Giuseppe Oddo*<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/Museo-del-Grano.jpg\" rel=\"lightbox\"><img loading=\"lazy\" class=\"aligncenter  wp-image-6053\" alt=\"Museo del Grano\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.agoraciminna.it\/ag\/wp-content\/uploads\/2015\/05\/Museo-del-Grano.jpg?resize=576%2C198\" width=\"576\" height=\"198\" data-recalc-dims=\"1\" \/><\/a><\/p>\n<p>\u201cL&#8217;uomo che allarga ogni giorno il suo dominio su tutto ci\u00f2 che lo circonda non \u00e8 padrone del tempo, il grande galantuomo che tutto mette a posto. E il tempo a me \u00e8 mancato di fare tante cose che pure avrei voluto veder compiute. Le mie pubblicazioni, quelle a cui tengo veramente, sono i miei grani. Non conta se essi portano il mio nome; ma ad essi \u00e8 e resta affidata la modesta opera mia\u201d.<br \/>\nScritto da Nazareno Strampelli nel lontano 1932, sostituendo qualche parola, questo brano potrebbe essere scambiato facilmente per una delle pi\u00f9 recenti affermazioni di Domenico Gambino (autore di diversi saggi sulla sua Campofelice di Fitalia), le cui migliori opere, quelle di cui egli si sente pi\u00f9 fiero \u2013 come il primo si sentiva dei grani che aveva selezionato e incrociato con specie autoctone \u2013, a suo dire, sono il \u201cMuseo del Grano e della Civilt\u00e0 contadina siciliana\u201d e l&#8217;omonima associazione che lo gestisce. Certo, Strampelli (1866-1942) era agronomo, un genetista agrario di fama internazionale, senatore del Regno e animatore della \u201cBattaglia del grano\u201d lanciata da Mussolini 90 anni fa. Gambino \u00e8 un architetto sui 60 anni, fine intellettuale e assiduo ricercatore delle radici del futuro nel suo paese, una delle ultime roccaforti di Cerere nella Sicilia occidentale. Ma, fatti salvi lo scarto generazionale e i differenti contesti storico-geografici in cui si sono trovati ad operare, entrambi hanno investito buona parte della loro vita allo studio (con approcci diversi) di realt\u00e0 cerealicole che hanno plasmato il paesaggio agrario e la civilt\u00e0 contadina nel Bel Pese, i cui linguaggi, ritmi e stili di vita, cerimonie religiose e profane, tradizioni alimentari e rurali, riti comunitari e di passaggio, cocci sparsi di antiche strategie di sopravvivenza&#8230; tuttora rimandano (quasi a dispetto dell&#8217;etnocidio culturale subito nella seconda met\u00e0 del &#8216;900), alla trepidante attesa del pane, legata fin dalla notte dei tempi alla vicenda sotterranea dei chicchi di grano affidati dai contadini alle cure della Madre Terra, dispensatrice del cibo di cui si nutre l&#8217;umanit\u00e0.<br \/>\nE per uno dei tanti arcani disegni del destino, se nell&#8217;agosto 2014 Gambino inaugurava a Campofelice di Fitalia (nel contesto della festa padronale di San Giuseppe) il Museo del grano e della Civilt\u00e0 contadina siciliana, l&#8217;11 dicembre dello stesso anno Ida Marandola, direttore generale facente funzioni del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (Cra) annunciava che un museo dedicato a Nazareno Strampelli, \u00abpadre del grano italiano\u00bb, sarebbe stato allestito di l\u00ec a poco nella sede dell&#8217;ex Regia Stazione di Granicoltura di Rieti, dove all&#8217;inizio del Novecento il nostro aveva mosso i primi passi della sua brillante attivit\u00e0, volta ad incrementare, mediante il miglioramento genetico, la qualit\u00e0 e la quantit\u00e0 del grano prodotto in Italia. \u00abD&#8217;intesa con il Ministero delle politiche agricole \u2013 precisava in quell&#8217;occasione la Marandola \u2013 abbiamo avviato un percorso di collaborazione anche con gli Enti pubblici, soprattutto finalizzato alla valorizzazione della eccezionale figura di Nazareno Strampelli, che tanto ha fatto per la nostra agricoltura. Un segnale importante per la cultura agroalimentare italiana nell&#8217;anno di Expo\u00bb.<br \/>\nOra, fino a questo momento \u00e8 gi\u00e0 tanto se esiste un virtuale Museo della Scienza del Grano \u201cNazareno Strampelli\u201d, promosso dall&#8217;Archivio di Stato di Rieti e dall&#8217;amministrazione provinciale. Ma, com&#8217;\u00e8 noto, la Provincia non pu\u00f2 garantire nemmeno la sua sopravvivenza, a causa della legge Delrio (7 aprile 2014, n. 56). Ad ogni buon conto, il pi\u00f9 convinto assertore della necessit\u00e0 di allestire un vero museo dedicato a Strampelli \u00e8 stato e forse resta Roberto Lorenzetti, direttore dell&#8217;Archivio di Stato di Rieti, che non si \u00e8 ancora stancato di proporre \u00abun viaggio virtuale dentro una delle pagine della storia che significativamente ha inciso nella storia dell&#8217;umanit\u00e0 [\u2026]. Un&#8217;esperienza nata in una piccola citt\u00e0 di provincia italiana, Rieti, diffondendosi poi in ogni angolo d&#8217;Italia e del mondo. I luoghi e gli spazi in cui quest&#8217;avventura scientifica si \u00e8 concretizzata sono molti, e quindi la scelta virtuale \u00e8 forse quella pi\u00f9 adeguata per riunirli tutti [\u2026]. Ma il museo vuole essere anche [\u2026] uno spazio vivo nel quale potere attingere dati e informazioni, consultando centinaia di documenti inediti, ma anche libri e scritti di difficilissima reperibilit\u00e0\u00bb. Spazio ritagliato, appunto, nei locali della Stazione di Granicoltura \u201cNazareno Strampelli\u201d.<br \/>\nNon per questo si \u00e8 approfittato dell&#8217;Expo per dare un futuro certo al vecchio santuario di genetica agraria e agli undici ettari di verde in cui \u00e8 immerso. La sola novit\u00e0 di rilievo registrata nel frattempo \u00e8 un vago progetto (annunziato nel mese di febbraio dal Comune di Rieti) di destinare sia gli edifici che il verde alle attivit\u00e0 didattiche di due istituti agrari in condivisione con l&#8217;Universit\u00e0 degli studi della Tuscia. \u00abLa proposta \u2013 si legge nel sito del Comune \u2013 comprende l&#8217;utilizzo di parte dei laboratori e delle aule dell&#8217;edificio che ospita il Museo Strampelli, che com&#8217;\u00e8 noto il Cra intende dismettere, realizzandovi un centro di ricerca da destinare alla didattica\u00bb. Il \u201csegnale importante\u201d lanciato nel mese di dicembre 2014 dal direttore generale del Cra era, dunque, una sorta di fuoco fatuo, destinato a spegnersi meno di tre mesi dopo per farne brillare un altro, considerato pi\u00f9 importante, tenuto forse conto della direzione del vento dei finanziamenti pubblici.<br \/>\nSe ci siamo soffermati su questa strana vicenda non \u00e8 tanto o soltanto perch\u00e9 la mancata attuazione del progetto iniziale preclude ai pochi musei cerealicoli sorti negli ultimi anni in Italia la possibilit\u00e0 di avvalersi del supporto scientifico di una istituzione museale come quella che poteva nascere a Rieti per valorizzare la ricerca di Strampelli, ma perch\u00e9 il suo ridimensionamento finisce per esaltare in qualche modo i meriti di quanti \u2013 come Domenico Gambino \u2013 hanno investito denaro, molti anni di studio e fantasia creativa per allestire una rassegna permanente di reperti connotativi dell&#8217;identit\u00e0 locale. Meriti, il cui rilevo etico-culturale, soprattutto in Sicilia, discende dal capovolgimento del presupposto immorale che \u00abarruubari a lu re, piccatu nun \u00e8\u00bb. A fronte dei molti speculatori che si sono arricchiti a spese della collettivit\u00e0, l&#8217;architetto Gambino e (prima di lui) Antonino Uccello a Palazzolo Acreide, Francesco Carbone a Godrano e Salvatore Mirabile a Marsala hanno dimostrato con i fatti che si pu\u00f2 fare a meno del denaro di \u201clu re\u201d, cio\u00e8 dello Stato, per realizzare un museo etno-antropologico. Anzi, \u201clu re\u201d pu\u00f2 essere addirittura beneficiario di investimenti privati volti a valorizzare l&#8217;identit\u00e0 del territorio, inteso (con Francesco Carbone) come \u00abunicum-continuum tra citt\u00e0 e campagna\u00bb e \u2013 perch\u00e9 no? \u2013 anche \u00abdimensione del pensato e del vissuto, riferita ad un\u2019area sia mentale che fisica, entro cui il quotidiano di ciascuno di noi diventa vita e memoria, storia individuale e collettiva\u00bb. E si noti che (come gi\u00e0 Uccello, Carbone e Mirabile) Gambino ha allestito il museo in un locale di cui \u00e8 proprietario.<br \/>\nMa accanto ai tratti comuni, i quattro musei citati hanno origini e caratteristiche diverse, cui vale la pena di accennare a volo d&#8217;uccello. La Casa Museo di Palazzolo Acreide \u00e8 stata fondata nel 1971 da Antonino Uccello ed \u00e8 frutto di una sua ricerca trentennale che ha finito per mettere insieme, oltre ai manufatti della civilt\u00e0 contadina, anche oggetti di uso domestico e di pregio, non ultimi dei quali alcune pitture su vetro, statuine presepiali e cartelloni dell&#8217;Opra dei pupi, che lo studioso ha sistemato nel settecentesco palazzo Ferla-Bonelli, dove si possono pure ammirare gli ambienti tipici del mondo contadino della Sicilia sud-orientale: \u201ccasa ri stari\u201d, \u201ccasa ri massaria\u201d, il magazzino (\u201cmalazz\u00e8\u201d) e il frantoio. Appena fu in grado di mostrare la sua creatura, Uccello la defin\u00ec \u00abun museo etnografico [che] potr\u00e0 notevolmente contribuire a salvaguardare almeno in parte il materiale di studio, a educare e a sensibilizzare l\u2019opinione pubblica\u00bb. Dopo la morte del fondatore, la struttura \u00e8 stata acquisita dalla Regione Siciliana, che ne ha fatto il primo museo regionale di esclusivo contenuto etnografico. Ma di fatto non ha ancora raggiunto un livello ottimale di fruibilit\u00e0 per mancanza di adeguati finanziamenti.<br \/>\nUn destino diverso \u00e8 toccato al Museo etno-antropologico \u201cGodranopoli\u201d di Carbone, che pure dal 9 settembre 1983 (quando fu inaugurato) al 23 dicembre 1999 (giorno della scomparsa del fondatore) era sembrato preludere ad un luminoso avvenire. Allestito dall&#8217;omonimo \u201cCentro Studi, Ricerca e Documentazione\u201d (anch&#8217;esso creatura di Francesco, dotata di spazi per mostre, incontri, dibattiti, congressi, di una pinacoteca d\u2019arte moderna e contemporanea, una biblioteca di storia e cultura siciliana, un periodico, una rassegna dei mestieri e del riciclaggio di attrezzi di lavoro e oggetti di uso quotidiano), il museo di Godrano ha calamitato l&#8217;attenzione di migliaia di visitatori e personalit\u00e0 nazionali e straniere, che hanno sempre apprezzato l&#8217;esposizione dei reperti per cicli produttivi (pane, olio, vino e pastorizia), la puntuale riproduzione degli ambienti domestici e i criteri di coinvolgimento emotivo del pubblico che, a detta del fondatore, ricalcano \u00able teorie della comunicazione formulate da Marshal McLuhan (quella fredda capace di maggiore partecipazione recettiva) nonch\u00e9 la distribuzione degli spazi prossemici rilevati da Edward T. Hall\u00bb.<br \/>\nLa morte di Francesco Carbone ha segnato l&#8217;inizio di un progressivo declino del museo, accelerato peraltro dalla sopravvenuta parziale inagibilit\u00e0 dei locali. L&#8217;esempio e la passione civile dello scomparso fondatore hanno lasciato comunque il segno, armando di nuova consapevolezza i migliori intellettuali espressi dai comuni della vasta area di Rocca Busambra (da Godrano, a Bolognetta, a Marineo, a Villafrati, a Mezzojuso, a Ciminna, a Campofelice di Fitalia), che hanno scritto non pochi articoli e saggi, organizzato spettacoli, mostre e dibattiti, che poi trovano la necessaria eco nella rivista \u00abNuova Busambra\u00bb, da loro stessi fondata in un rapporto di continuit\u00e0 ideale con il sogno di Francesco Carbone.<br \/>\nPi\u00f9 rosee sembrano le speranze del \u201cMuseo delle Tradizioni e Arti Contadine della Regione Siciliana\u201d, fondato e inaugurato a Marsala il 1\u00b0 luglio 2000 da Salvatore Mirabile, poeta e animatore socio-culturale originario di Chiusa Sclafani. A differenza di tante altre istituzioni museali, pubbliche e private, questa si avvale periodicamente di iniziative collaterali (mostre, dibattiti, simposi letterali, ecc.) organizzate dal fondatore e da sua figlia Rossella, avvocato, artista versatile e presidente dell&#8217;associazione che gestisce il museo. A suscitare l&#8217;interesse dei visitatori \u00e8 anche la sua strutturazione in un percorso obbligato che passa per diverse zone tematiche (della casa, del magazzino, della cantina, dell\u2019olio, del pane, del vino, dei giochi di latta, dei giochi fanciulleschi, del ciclo della vita, dei mestieri). La zona delle collezioni e la zona didattica si trovano all\u2019interno del salone conferenze. \u00c8 triste, per\u00f2, constatare che purtroppo gli sforzi dei Mirabile non abbiano ancora trovato una valida sponda pubblica.<br \/>\nLa fondamentale specificit\u00e0 del \u201cMuseo del grano e della civilt\u00e0 contadina siciliana\u201d di Campofelice di Fitalia non consiste tanto nel tipo di reperti raccolti (che in fin dei conti, con qualche piccola differenza, somigliano a quelli esposti nella maggior parte dei musei etnografici siciliani) e nemmeno nei criteri di allestimento che (tenuto conto degli spazi disponibili) non si discostano molto dalla classica suddivisione per cicli produttivi tipici dell&#8217;agricoltura mediterranea con la necessaria attenzione agli ambienti domestici della famiglia contadina. Consiste, quasi esclusivamente, nella missione che Domenico Gambino e l&#8217;associazione \u201cMuseo del grano e della civilt\u00e0 contadina siciliana\u201d hanno voluto affidare alla loro creatura. \u00abUna raccolta museale che intende valorizzare l&#8217;identit\u00e0 storico-culturale del paese come occasione di crescita\u00bb, sintetizza il fondatore. Ma le sintesi non sempre sono colte dai destinatari del messaggio, pubblici e privati, per quelle che sono. Il fatto \u00e8 che \u2013 in questo le parole di Gambino non possono essere equivocate da nessuno che sia in buona fede \u2013 il neonato Museo di Campofelice vuole essere innanzitutto \u00abuna esposizione emblematica di ci\u00f2 che \u00e8 stata per secoli la cerealicoltura in Sicilia. Una scelta, questa, determinata dalla realt\u00e0 del piccolo comune dell\u2019entroterra palermitano dove la vocazione cerealicola del proprio territorio, associata all\u2019allevamento del bestiame, ha fissato l\u2019identit\u00e0 della popolazione che vi \u00e8 insediata e continua tuttora a caratterizzare l\u2019economia locale\u00bb.<br \/>\nQuello di Campofelice di Fitalia non \u00e8 il solo museo del grano esistente in Sicilia, ma \u00e8 sicuramente uno dei pochissimi censiti in Italia. Tra questi, spicca il Museo del Grano di Raddusa, in provincia di Catania, nato nel 1991 dopo che un gruppo di giovani della cooperativa Antares organizz\u00f2 la 1a \u201cSacra dei prodotti tipici dell&#8217;agricoltura\u201d. Bisognava per\u00f2 aspettare ancora alcuni anni e il trasferimento nei locali dell&#8217;ex cooperativa \u201cLa Cerere\u201d, fondata nel 1910 per iniziativa dal \u201cgalantuomo\u201d Nicol\u00f2 Di Gregorio e dieci braccianti di Raddusa (che poterono cos\u00ec accedere al possesso della terra attraverso le affittanze collettive) perch\u00e9 il museo cominciasse a configurarsi come rassegna permanente. Diverse edizioni della \u201cFesta del Grano\u201d e i finanziamenti pubblici (compresi quelli della provincia che ora verranno a mancare) hanno fatto il resto.<br \/>\nE ai finanziamenti pubblici \u00e8 affidata la sopravvivenza degli altri musei del grano, esistenti a Jelsi (Molise), Cerignola (Puglia), Ortacesus (Sardegna). N\u00e9 hanno grande autonomia finanziaria i \u201cmusei del pane\u201d, che si possono visitare persino in piccoli centri montani come Panettieri, nella Piccola Sila cosentina, dove vivono meno di 350 abitanti e, nondimeno, c&#8217;\u00e8 addirittura anche un curioso \u201cMuseo del Brigante\u201d, che racconta la vita e le avventure del fuorilegge locale Giosafatte Talarico (1805-1886), devoto della Madonna e \u00abterrore delle tre Calabrie\u00bb, che nel 1844 (in cambio della resa) riusc\u00ec ad ottenere dal futuro re Bomba una pensione di sei ducati e una casa nell&#8217;isola d&#8217;Ischia, di cui benefici\u00f2 da libero cittadino, anche sotto la corona sabauda, finch\u00e9 rimase in vita.<br \/>\nMa anche Campofelice di Fitalia, la cui popolazione al censimento del 2011 raggiungeva 521 abitanti, pu\u00f2 vantare a buon diritto pi\u00f9 di un museo. Il primo \u00e8 stato fondato alcuni anni fa dall&#8217;amministrazione comunale. Ubicata vicino al Municipio, questa piccola ma interessante struttura museale civica non \u00e8 priva d&#8217;interesse etnonografico. Si pu\u00f2 ammirare a richiesta degli occasionali visitatori avvisando con qualche anticipo il custode incaricato. Dentro il paese ci sono,<br \/>\ninoltre, una preziosa collezione di etno-reperti di propriet\u00e0 di Antonino Richichi e la bottega del fabbro-ferraio mastro Cola Scaglione, che dopo la morte del titolare \u00e8 rimasta attrezzata di tutto punto, com&#8217;era ai tempi in cui il nostro batteva il ferro, fabbricava e affilava falci, accette, zappe e punte di aratro a chiodo, ferrava cavalli, muli, asini e bardotti. Appena fuori dall&#8217;abitato \u2013 lungo la strada che porta allo scorrimento veloce \u2013 continua a fare in qualche modo superba mostra di s\u00e9 ci\u00f2 che resta del monumentale Borgo Fitalia, gi\u00e0 centro direzionale dell&#8217;omonimo feudo e saltuaria sede di villeggiatura dei principi Settimo Calvello.<br \/>\n\u00c8 appena il caso di notare che allo storico complesso architettonico rurale, individuato nel Piano Regolatore Generale del Comune di Campofelice come \u201cAgglomerato case di Fitalia\u201d, sono state attribuite non solo \u00abtutte le destinazioni connesse e a servizio dell&#8217;uso agricolo del territorio (Museo, Mercato dell&#8217;agricoltura e dell&#8217;artigianato, Centro polivalente culturale, sale conferenze, attivit\u00e0 scolastiche, ecc.), con annessi servizi di ristorazione, bar, chioschi, impianti tecnici e servizi igienici\u00bb, ma anche \u00abla destinazione ed attrezzature turistiche ed agrituristiche con relativi servizi\u00bb. Nell&#8217;immaginario dei campofelicesi il Borgo Fitalia rimane, insomma, la Mecca di quella identit\u00e0 che Domenico Gambino, la sua associazione e il Museo del Grano e della Civilt\u00e0 contadina siciliana si sono prefissi di recuperare e valorizzare all&#8217;interno dell&#8217;ambizioso progetto di assicurare al territorio un futuro degno della storia della piccola comunit\u00e0 insediata ai piedi del Pizzo Marabito, sito di notevole interesse archeologico frequentato dall&#8217;uomo dalla preistoria al medioevo. Il Museo civico, la collezione Richichi e la bottega di mastro Cola (che forse non sarebbe mai esistita senza gli sterminati campi di grano che biondeggiavano nelle campagne circostanti) sono anch&#8217;essi provvidenziali punti di forza dello stesso progetto abbozzato da Gambino, tenuto conto delle risorse territoriali. Certo, tutto sarebbe stato forse pi\u00f9 facile se l&#8217;amministrazione civica locale avesse portato avanti con pi\u00f9 decisione il progetto intrapreso 2009 quando, di concerto e sotto il patrocinio della presidenza della Provincia regionale di Palermo, indisse e celebr\u00f2 la Festa del Grano e \u2013 con regolare delibera pubblicata nell&#8217;albo comunale \u2013 attribu\u00ec al Comune (che aveva gi\u00e0 nello stemma due fasci di spighe dorate) il prestigioso marchio distintivo di \u00abPaese del Grano\u00bb.<br \/>\nA facilitare la realizzazione del progetto avrebbero potuto contribuire anche le tre Universit\u00e0 dell&#8217;Isola se non fossero rimangiate la promessa fatta solennemente agli operatori culturali siciliani nell&#8217;ormai lontano 1978 di istituire in tempi reali \u00abil Museo della Civilt\u00e0 contadina siciliana, eventualmente con due sezioni, una a Palermo e una nella parte orientale dell&#8217;Isola\u00bb. N\u00e9 ci risulta che sia stato potenziato il Servizio Museografico (istituito nel 1980 dalla Facolt\u00e0 di Lettere e Filosofia dell&#8217;Universit\u00e0 di Palermo) che avrebbe dovuto fungere da centro studi e documentazione in grado di assicurare i necessari servizi di consulenza e coordinamento delle iniziative museografiche locali. Anzi, dopo che \u00e8 andato in pensione il vecchio direttore, Pino Aiello (che il 20 agosto 2014 ha partecipato da pensionato all&#8217;inaugurazione del Museo del Grano e della Civilt\u00e0 contadina siciliana) il servizio funziona sempre meno bene. Ma gi\u00e0 prima avevano dovuto chiudere i battenti diverse strutture assistite dal Servizio Museografico e persino il Museo etno-antroplogico di Gibellina, nella Valle del Belice, al quale l&#8217;Universit\u00e0 di Palermo aveva affidato l&#8217;ambita dignit\u00e0 di centro pilota dello sviluppo della museografia antropologica in Sicilia.<br \/>\nMa non per questo il nuovo museo di Campofelice di Fitalia \u00e8 necessariamente condannato ad avere una vita grama, senza gloria e senza infamia. Il pittoresco paesino \u00e8 arroccato come nido d&#8217;aquila su una sorta di terrazza naturale che si affaccia sulla Pianotta di Vicari, da dove passava la pi\u00f9 importante strada a ruota dell&#8217;Isola, la prima ad essere realizzata dai Borbone perch\u00e9 permetteva di collegare la capitale con Catania, Messina e le altre citt\u00e0 siciliane, tranne quelle del Trapanese. Anche se meno esteso rispetto ai tempi in cui si diceva (invero senza troppa attinenza alla realt\u00e0) che i tre pi\u00f9 grandi feudi siciliani fossero \u00abAlia, Fitalia e Contumelia\u00bb, il suo territorio ha nelle vicinanze tre importanti plaghe naturalistiche, la cui ricchezza ambientale non \u00e8 sfuggita alla Regione Siciliana, che le ha inserite nell&#8217;elenco delle aree protette: il Bosco della Ficuzza, le Serre di Ciminna e la riserva di Chiarastella e Bagni di Cefal\u00e0 Diana.<br \/>\nSi obietter\u00e0 che, mentre si pu\u00f2 fare in qualche modo affidamento sulla riserva del Bosco della Ficuzza (gestita dall&#8217;amministrazione forestale), con l&#8217;entrata in vigore delle norme abolitive delle province, il destino delle altre due aree protette (gi\u00e0 affidate alla gestione della Provincia di Palermo) non \u00e8 ancora chiaramente delineato. Ma sarebbe delittuoso sprecare le risorse naturali e culturali che vi sono sedimentate, come \u00e8 avvenuto con l&#8217;installazione delle antiestetiche pale eoliche ad asse verticale persino in siti di grande interesse naturalistico e archeologico, come le Serre di Capizzana, nel territorio di Villafrati al confine con le Serre di Ciminna. Tutto questo ma anche il patrimonio artistico e monumentale custodito nei comuni di quella che Francesco Carbone chiamava \u00abla vasta area di Rocca Busambra\u00bb e gli stessi castelli della Margana, di Vicari, Marineo e Cefal\u00e0 Diana, le chiese cattoliche di rito greco e latino di Mezzojuso, il Baglio di Villafrati con il suo capiente teatro, le feste patronali e il Carnevale, le varie raccolte (pubbliche e private) di strumenti di lavoro e reperti della civilt\u00e0 contadina non sfuggono certo all&#8217;attenzione della rivista \u00abNuova Busambra\u00bb e dei gruppi d&#8217;impegno culturale presenti nella zona. Non si pu\u00f2 forse cominciare a metterli in rete con il Museo del Grano e della civilt\u00e0 contadina siciliana?<br \/>\nN\u00e9 si deve dimenticare che il 2 luglio 2014 \u00e8 stata approvata, finalmente, la legge regionale n. 16, \u00abmirante a conservare, comunicare e rinnovare l&#8217;identit\u00e0 culturale di una comunit\u00e0\u00bb, il cui primo articolo recita: \u00abLa Regione di concerto con le comunit\u00e0 locali, le parti sociali e gli enti locali riconosce, promuove e disciplina gli Ecomusei, allo scopo di recuperare, testimoniare e valorizzare la memoria storica, la vita, le figure, le tradizioni, la cultura materiale e immateriale, le relazioni fra ambiente naturale e ambiente antropizzato, le attivit\u00e0 di lavoro artigianali e il modo in cui l\u2019insediamento tradizionale ha caratterizzato la formazione e l\u2019evoluzione del paesaggio e del territorio regionale, nella prospettiva di orientare lo sviluppo futuro del territorio in una logica di sostenibilit\u00e0 ambientale, economica e sociale, di responsabilit\u00e0 e di partecipazione dei soggetti pubblici e privati e dell\u2019intera comunit\u00e0 locale\u00bb.<br \/>\nLe basi teoriche di quella che negli anni Settanta del &#8216;900 sarebbe stata l&#8217;ecomuseologia furono gettate in Francia gi\u00e0 nel 1936 dal grande etnologo Georges Henri Rivi\u00e8re (1897-1985). Nel frattempo sono cambiate molte cose e l&#8217;idea iniziale ha finito per assumere nuove connotazioni. Cos\u00ec come si \u00e8 andato realizzando, a giudizio di Domenico Musc\u00f2, l&#8217;ecomuseo ha il suo maggior punto di forza nella \u00abcapacit\u00e0 di riconoscere e valorizzare le risorse storico-culturali ed ambientali dei luoghi, le loro tradizioni ed i saperi antichi, etc., che consente un\u2019attenzione al territorio orientata alla salvaguardia dei beni e valorizzazione delle relazioni che li uniscono al patrimonio locale\u00bb, promuovendo \u00able risorse mediante nuove forme organizzative sul territorio, che contribuiscono a sviluppare la coesione socio-culturale ed a rafforzare le economie locali\u00bb.<br \/>\nDi fatto, la rete degli ecomusei, inizialmente diffusa solo in Francia e nel Canada, a partire dagli anni Novanta si \u00e8 estesa in diversi paesi europei, soprattutto nelle zone limitrofe ai parchi e alle riserve naturali e nelle aree paleoindustriali dismesse. Come gi\u00e0 l&#8217;agriturismo, gli ecomusei hanno trovato maggiore facilit\u00e0 di attecchimento in Piemonte, nel Trentino e in alcune aree della Toscana. Ma, ancor prima delle sua definizione normativa, il messaggio della nuova museologia (intesa con il suo massimo diffusore in Italia, Fredi Drugman del Politecnico di Milano) come capacit\u00e0 di \u00abtrasformare il museo da \u201csalotto delle muse\u201d ad \u201cAgor\u00e0\u201d, luogo pubblico per eccellenza, punto di aggregazione dei cittadini, casa del collettivo\u00bb, dall&#8217;ottobre 2003, ossia da quando l&#8217;Unesco tutela anche i beni intangibili (tradizioni, spettacoli popolari, saperi artigiani, rituali comunitari) si \u00e8 qualificato ed esteso a quasi tutte le altre regioni, compresa la Sicilia, dove ormai da diversi anni \u00e8 stato progettato l&#8217;ecomuseo urbano del paesaggio \u201cMaaap\u201d della citt\u00e0 di Catania, finanziato grazie ai fondi dell&#8217;Unione europea (misura 2.03 del POR Sicilia 2000-2006), che per\u00f2 non \u00e8 stato ancora attuato. In compenso assolvono in qualche maniera alla funzione di ecomusei due strutture museografiche della civilt\u00e0 agro-pastorale nell&#8217;entroterra siracusano: \u201cI Luoghi del Lavoro Contadino\u201d di Buscemi e la Casa Museo \u201cAntonino Uccello\u201d di Palazzolo Acreide, entrambi inseriti nel sito web della Regione Piemonte (<a href=\"http:\/\/l.facebook.com\/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.ecomusei.net%2F&amp;h=GAQHMwudr&amp;enc=AZOEa3f9zV8eUwN2Gc8-AQQYPpDbPjOOI9CIWPXurnbeyemwSgUl8sxyb__Yo2PC5LcVtmuqFENkXBxHy_7Z7vnsERR3Icncj1aA08qbQZw3-KgclEE9rUkebV1NtaCWCo6OQhIMbSI9GDqm4cfP2A-SO91IxxI8tuhk8qdRR-3qNHLv5p2JWpBQcYdMDtj9UmDXAoXVhKR4eqt7BWsB7-ok&amp;s=1\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow\">www.ecomusei.net<\/a>) dal 2002.<br \/>\nSorge a questo punto spontanea una domanda: l&#8217;approvazione della legge regionale sugli ecomusei pu\u00f2 assolvere alla funzione di pista di lancio anche per i musei etnografici allestiti nelle zone interne a vocazione cerealicola come Campofelice di Fitalia? Le ricerche di Giuseppe Garro, antropologo di scuola siciliana, storico delle religioni e presidente del \u201cCentro Studio Iblei\u201d, sembrano condurre a conclusioni moderatamente ottimistiche. \u00ab\u00c8 importante \u2013 spiega \u2013 che nei musei etnografici entri la contemporaneit\u00e0 dei patrimoni viventi e che tali \u201cbeni\u201d diventino oggetti primari degli allestimenti secondo modalit\u00e0 e prassi ormai consolidate, nell\u2019ambito delle pi\u00f9 recenti teorie museologiche. \u00c8 fondamentale che il patrimonio immateriale che vive fuori dal museo (come possono essere le feste folkloriche religiose o profane) entri nell\u2019attivit\u00e0 di valorizzazione dello stesso, veicolando tale patrimonio attraverso il linguaggio proprio della comunicazione museale proponendo, al visitatore, costanti rinvii al territorio\u00bb.<br \/>\nNon c&#8217;\u00e8 dubbio, tuttavia, che l&#8217;analisi della realt\u00e0 di Campofelice inviti tutti ad una maggiore cautela, tanto pi\u00f9 se gli etno-reperti esposti da Gambino \u2013 come quelli del museo civico, della collezione di Richichi e della stessa bottega di mastro Cola \u2013 dovessero essere fruiti da pochi eletti che si ritrovino in determinate occasioni nel \u201csalotto delle muse\u201d per contemplare i pi\u00f9 bei pezzi d&#8217;antiquariato. Il Museo del Grano non pu\u00f2 fare nessun vero salto di qualit\u00e0, se il borgo Fitalia rimane estraneo al progetto di ecomusealizzazione del territorio. Le difficolt\u00e0 saranno naturalmente maggiori fino a quando il parlamento nazionale non avr\u00e0 approvato la legge quadro sugli ecomusei e non avr\u00e0 messo una buona volta fine alla confusione e frammentariet\u00e0 degli strumenti e delle politiche di governo dello sviluppo territoriale. Rimane nondimeno motivo di gran conforto sapere che, se buona parte delle reliquie del lavoro e degli oggetti di uso domestico esposti nel Museo del Grano e della Civilt\u00e0 contadina siciliana \u00e8 stata raccolta pazientemente dal fondatore e dalla sua famiglia, molti altri reperti sono frutto di generose donazioni, come nella migliore tradizione della progettualit\u00e0 tipica venuta avanti man mano che l&#8217;idea di ecomuseo prendeva forma e consistenza. Se il buongiorno si vede dal mattino si pu\u00f2 forse sperare che la proposta di Gambino diventi prima o poi realt\u00e0. Di scontato non c&#8217;\u00e8 nulla, per\u00f2. Se sono rose fioriranno.<br \/>\nPalermo 22 aprile 2015<br \/>\n*Studioso cultura del territorio<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Giuseppe Oddo* \u201cL&#8217;uomo che allarga ogni giorno il suo dominio su tutto ci\u00f2 che lo circonda non \u00e8 padrone del tempo, il grande galantuomo che tutto mette a posto. E il tempo a me \u00e8 mancato di fare tante cose che pure avrei voluto veder compiute. Le mie pubblicazioni, quelle a cui tengo veramente, sono i miei grani. Non conta se essi portano il mio nome; ma ad essi \u00e8 e resta affidata la modesta opera mia\u201d. 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