In difesa di Paolo Amato ciminnese, architetto del Senato palermitano.

di Domenico Passantino

Paolo Amato, ciminnese architetto del senato palermitano

L’insigne professore e architetto Manfredi Nicoletti, nell’introduzione alla monografia su Paolo Amato di M. C. Ruggieri Tricoli, Paolo Amato, la corona e il serpente (1983), così si esprime su Paolo Amato e sulla sua opera:

«Vi è un episodio, nelle Confessioni di Sant’Agostino, agghiacciante per oscurità e candore. Narra Agostino d’aver sempre evitata la frequentazione del circo, aborrendone l’orgia di crudeltà contro esseri umani.

Ma un giorno, a forza, vi fu trascinato dagli amici. Egli sedette sugli spalti, le mani compresse sugli occhi, giurando di non guardare. Poi, ad un tratto, aperte le dita, non potè più sottrarre la vista dalla fascinazione dell’orrore.

Lo stesso potrei dire sull’opera di Paolo Amato.

Difatto, essa rappresenta quanto più io possa avversare in architettura. Una falsità sistematica, una complessità priva di limpidezze, che non discende dallo scavo dell’essenziale, ma è l’affastellarsi asmatico di complicazioni, il giustapporsi ipertrofico di segni allegorici meccanicamente estratti dal prontuario dei luoghi comuni, e mai elevati nel pathos del simbolico…uomo di palazzo, è incaricato di almanaccare stupori, ma fa dello stupore non già una fonte aristotelica di dubbio e conoscenza, ma l’occasione di persuasioni bassamente plagiarie. Alchimie cortigianesche di un erudito che svilisce il sapere nella ridondanza di citazioni ossequiose.» [1]

Io mi sento offeso.

Come ciminnese in primis e come profano che si è avvicinato per la prima volta all’Opera di Paolo Amato.

Ho studiato i simboli e l’iconologia presenti nei disegni dell’architetto ciminnese del Senato palermitano, per desumerne poi il significato ultimo dell’allegoria.

Ma partiamo da concetti basilari, che non dovrebbero essere estranei ad un architetto esimio quale è Manfredi Nicoletti.

«Un simbolo è qualcosa di più concreto, statico, assoluto rispetto all’allegoria: per esempio si può dire che un’aquila sia simbolo di regalità e di forza…Spesso l’allegoria ha un’interpretazione soggettiva, cioè legata al tipo di lettura che se ne fa.

In altre parole, si può dire che il legame tra oggetto significato e immagine significante nell’allegoria sia arbitrario e intenzionale, mentre nel simbolo è convenzionale: nell’allegoria il significato non può essere decodificato in maniera intuitiva e immediata, ma necessita di un’elaborazione intellettuale.»[2]

L’elaborazione intellettuale non credo che manchi a Manfredi Nicoletti, visto che è un famoso architetto e saggista, ma forse gli è mancato il tempo materiale per osservare bene, leggere e intelligere i simboli dei disegni di Paolo Amato, che non sono «citazioni ossequiose», ma lettere e parole di un racconto che bisogna saper leggere.

Una lettura che può essere possibile, tuttavia, solo se ci si avvicina ai disegni dell’architetto ciminnese con occhi attenti all’«affastellarsi asmatico di complicazioni» e al «giustapporsi ipertrofico di segni allegorici meccanicamente estratti dal prontuario dei luoghi comuni.»[3]

Ci vogliono occhi attenti per notare che «la colonna tortile iterata sino allo spasimo del tedio» non è soltanto «l’emblema del tempio salomonico» o «quello della tortuosità di uno spirito in una contorta temperie d’intendimenti»,[4] ma

«un fusto di albero, quasi certamente l’Albero della Conoscenza, al quale è avvinghiato un ofide e questa tesi è avvalorata se pensiamo, per esempio, all’affresco Adamo ed Eva (1508) di Raffaello Sanzio o a quello del Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre (1510) di Michelangelo Buonarroti, nei quali viene rappresentato il serpente avvinghiato sull’Albero della Conoscenza, in spire che procedono in senso antiorario.

La raffigurazione simbolica del serpente attorcigliato ad un bastone è antichissima: già nella Bibbia Dio suggerisce a Mosè un rimedio per salvare gli Ebrei che erano stati morsi da un serpente e tale rimedio consiste in un bastone di legno con un serpente di rame attorcigliato; presso gli antichi Greci il simbolo del dio della medicina Asclepio era un bastone con un serpente attorcigliato e due erano i serpenti avvinghiati al bastone del dio Ermes a formare il simbolo che è noto con il nome di caduceo. E ancora il bastone con il serpente avvinghiato era simbolo di Ermete Tismegisto, una figura leggendaria dell’età ellenistica che assimilava il dio greco Ermes a quello egizio Thot.

Tutte queste divinità pagane si distinguono, come si sarà notato, per la loro sapienza e per la vicinanza a divinità superiori: Ermes è il messaggero di Zeus,  Thot è lo scriba di Osiride; Asclepio, infine, poiché è in grado di risuscitare i morti e di guarire i malati e quindi di annullare la differenza tra gli dei e gli uomini, dal momento che questi ultimi, con l’aiuto del dio-medico, diventano immortali e quindi simili agli dei, viene temuto da Zeus che vuole fulminarlo.

Il simbolo della farmacia e del farmacista in Italia – sarà capitato a tutti di osservarlo, magari su una busta o su un medicinale preso in farmacia – è proprio un bastone con due serpenti attorcigliati, sormontati da due ali: un simbolo derivato direttamente dal caduceo ermetico, nel quale i due serpenti sarebbero le due facce della stessa medaglia:  uno rappresenterebbe il Bene e quindi la Luce e la vita e l’altro il Male e quindi le Tenebre e la morte. Il bastone rappresenterebbe il farmacista e prima ancora l’alchimista, che conosce la duplice valenza del veleno, chiamato in greco pharmakon, nella doppia accezione oppositiva di vox media: pharmakon come veleno che uccide e  al tempo stesso come medicina che guarisce.»[5]

Forse per trovare questi echi letterari bisogna  svilire «il sapere nella ridondanza di citazioni bassamente plagiarie»[6], ma che dire delle citazioni che fa Manfredi Nicoletti dalla pagina 9 a seguire, in cui si citano Platone, Seneca, Moore, Le Goff e altri alla rinfusa, cercando, paradossalmente, di attaccare le citazioni erudite di Amato, ma criticando principalmente l’Erudizione (sic)[7] stessa: «La scienza sembra abdicare, in noi, alla sua matrice inventiva, per farsi Erudizione….Compulsiamo pertanto i testi, le figure e le didascalie di questa nostra memoria esteriore, esattamente come faceva l’Amato con i manuali del Ripa, per ricavarne facili immagini ready-made da applicare al “collage” nei contorni, vuoti, della fantasia.»[8]

A questo punto si potrebbe aggiungere che anche Dante Alighieri utilizza le immagini ready-made, per dirla con la simpatica espressione di Nicoletti, per esempio quando racconta della lonza, del leone e della lupa. Anche Esopo e Fedro sono stati  dei plagiari del sapere popolare, quando nelle loro favole parlano di muli, di agnelli o di leoni; e perfino chi ha scritto la Batracomiomachia quasi tremila anni fa ha plagiato qualcuno o qualcosa. Per non parlatore delle canzoni di Franco Battiato.

Mi pare opportuno ricordare che l’iconologia tratta dal Ripa non è mai, in Paolo Amato, fine a se stessa, ma fa parte di un unicum che bisogna saper decrittare pazientemente e oculatamente, così come le citazioni bibliche degli cartigli o gli esametri e i distici elegiaci composti appositamente per fare da didascalia ai disegni.

Occorre chiamare le cose con il loro nome: Nicoletti definisca tutto questo Erudizione, io la chiamo cultura sconfinata.

E se non si vergognava Paolo Amato di farne mostra, non vedo perché ci dobbiamo vergognare noi ciminnesi e uomini contemporanei dello sforzo mentale che occorre per capire a fondo quanto l’architetto vuole trasmettere.

Nell’apparato per l’Altare Maggiore della Cattedrale del 1686, che ho studiato a fondo, compaiono allusioni al carro del dio Helios, a Venere, ad un passo di Isaia, all’iconologia del Ripa, alle colonne di Ercole, al potere regale terreno e a quello celeste.[9]

Un architetto che compone la didascalia scritta in poesia latina, nella forma di uno stupendo distico elegiaco, ha una Cultura grande, che può essere anche criticata come Erudizione da chi non ne sarebbe capace. Ma se anche ammettiamo, in questo caso, che non è Paolo Amato a comporre il distico, dobbiamo ammettere che chi lo ha scritto lo ha scritto sotto la sua guida e la sua spiegazione allegorica del disegno, che risulta perciò, non un «“collage” nei contorni, vuoti, della fantasia», ma una grande ideazione allegorica che si può scomporre in simboli e ricomporre come un puzzle o un mosaico (per usare un termine ossequioso nei confronti degli studiosi dell’arte!), il quale, per essere compreso deve essere osservato e letto nella sua interezza.

Ebbene l’apparato, di cui parlo, viene presentato in foto alla pagina 69 della monografia che ho citato di Ruggieri Tricoli: esso vede tre figure al centro: Santa Rosalia che calpesta vittoriosamente un drago e il Genio di Palermo, protettore pagano della Città, che si inchina alla Santa. Un cartiglio in basso al disegno recita:

Pestiferum vindex necuit ROSALIA chelydrum

Aurea que vernant carpere poma potes.

 Un bell’esametro seguito da un pentametro, il cui significato è: «ROSALIA protettrice ha ucciso il drago pestifero / puoi raccogliere i frutti d’oro che ci sono in primavera.»

Si può notare una sapiente allitterazione della p nelle parole che chiudono il distico carPere Poma Potes, ma si può notare anche, e lo nota Ruggieri Tricoli,[10] l’allusione al mito greco del Giardino delle Esperidi, un luogo leggendario dove cresceva un albero custodito dal drago Ladone e da tre Esperidi, figlie del titano Atlante, che possono riecheggiare l’Eden terrestre e l’Albero della Conoscenza.  Santa Rosalia allora rappresenterebbe Ercole che in una delle sue fatiche vince il drago e si impossessa dei pomi d’oro.

È questa un’occasione «bassamente plagiaria»? e plagiaria nei confronti di chi? della mitologia greca? della Bibbia? o di altri artisti che già avevano trattato questo tema?

Perché Manfredi Nicoletti non ci dice chi o che cosa avrebbe plagiato Paolo Amato?  Rubens, per esempio, ha trattato l’argomento delle fatiche di Ercole nei suoi dipinti[11]:era un plagiario pure lui allora.



[1] M. C. Ruggieri Tricoli, Paolo Amato, la corona e il serpente (1983), pp.7-14.

[2] Wikipedia, s.v. allegoria; pagina visitata il 02/3/2015 alle ore11.40.

[3] Ruggieri Tricoli, op. cit.,p. 7.

[4] Ibidem,  p. 8.

[5] Cfr. il mio studio Simbologia, iconologia e allegoria in opere di Paolo Amato ciminnese, di prossima pubblicazione.

[6] Cfr. Ruggieri Tricoli, op. cit., p. 7 e sgg.

[7] La maiuscola in Erudizione è usata nel testo.

[8] Ibidem, p. 11.

[9] Per una visione più completa vedi il mio studio citato.

[10] Cfr Ruggieri Tricoli, op. cit., p. 70 nota 65.

[11] Pieter Paul Rubens (1577-1640), Ercole nel giardino delle Esperidi, 1638.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: