La fabbrica russa delle bugie

di Filippo Leto

Se si pensa alla guerra difficilmente si riesce a non pensare alle immagini di soldati che sparano raffiche di proiettili dalle loro mitragliatrici, che si riparano dallo scoppio di una bomba o ancora a carri armati, aerei, navi che mostrano i muscoli tra i fotogrammi di video provenienti da qualche parte del mondo. Ciò che strano è in ogni conflitto c’è sempre un elemento che arriva in punta di piedi, quasi invisibile, ma che ne caratterizza più di tutti gli altri le sorti e che riusciamo a percepire soltanto quando le armi hanno smesso di sparare e i soldati, se ancora vivi, tornano verso casa: la propaganda.

Per descrivere il fenomeno nella sua completezza non basterebbero un migliaio di tesi magistrali da cento pagine ciascuna, ma non essendo mia intensione rapirvi per tutto questo tempo, mi limiterò a raccontarvi una storia che parla di una fabbrica russa durante il conflitto russo-ucraino. La particolarità però è che tale fabbrica non costruiva mezzi o armamenti, ma qualcosa di ancora più pericoloso e letale in tempo di guerra: bugie.

Nel 2014, la Federazione Russa ha condotto la sua guerra informativa in Ucraina è strutturandola a immagine e somiglianza di una qualsiasi operazione militare convenzionale. I social media, infatti, hanno rappresentato le armi con la quale migliaia di soldati (persone fisiche e bot) hanno combattuto una guerra contro un vasto fronte informativo. Non è mancato nemmeno un vero e proprio centro di comando e controllo dell’operazione, sito al numero 55 di Savushkina Street a San Pietroburgo, meglio conosciuto come la “fabbrica dei troll”.

L’edificio, infatti, è stato identificato come il quartier generale dell’”esercito dei social” russo grazie alle dichiarazioni rilasciate da alcuni ex “soldati” che vi lavoravano all’interno e al sito www.sobaka.ru che accettò di pubblicare i loro racconti in forma anonima. Lo scopo principale era quello di alimentare una propaganda massiva filo-governativa e creare una nebbia informativa attorno alla questione ucraina, alimentando disinformazione e fake news.

L’edificio aveva suddiviso i quattro piani per funzioni, in quanto in ogni piano si sviluppava una dottrina specifica di tale guerra di informazioni.

Al primo piano vi era il dipartimento dei media tradizionali, dove circa 50 persone lavoravano giornalmente su diversi siti web russi e finti siti ucraini, dove i blogger fingevano di essere cittadini ucraini che scrivevano. Il sito web nahnews.org, per esempio, fingeva di essere un notiziario filo-russo con sede nella città ucraina orientale di Kharkiv. Il sito contava circa 100.000 visite al giorno e aveva come scopo quello di inculcare una retorica pro-Russia ai cittadini ucraini delle regioni orientali. Altri siti invece, avevano un finto dominio ucraino (es. worldukraine.com.ua) e non avevano nessuna logica narrativa mirata. Il loro scopo era quello di riscrivere in lingua ucraina articoli russi di vario genere, in modo da occupare le pagine principali dei motori di ricerca in Ucraina. Per dare maggiore credibilità alle notizie inoltre, durante il processo di traduzione venivano aggiunte finte fonti ucraine e in nessun modo veniva mai screditato l’operato del governo russo e dei separatisti ucraini.

Al secondo piano vi era un gruppo di persone incaricate di creare vignette e meme a sostegno della politica del Cremlino in Ucraina. I meme hanno avuto un ruolo fondamentale nella guerra di narrativa, in quanto riuscivano a lasciare un messaggio anche a quegli utenti che solitamente non leggono il testo di un articolo o non ne aprono nemmeno il link. La narrativa principale dietro i meme riguardava la presenza di ‘fascisti’ fra le fila dei militari ucraini, la sponsorizzazione della figura del presidente Putin e le teorie complottistiche che accusavano Obama, la Merkel e altri leader mondiali della situazione in Ucraina (Fig.1 e 2).

Figura 1. Meme che accusa Obama di essere un pericolo per l'Ucraina
Figura 1. Meme che accusa Obama di essere un pericolo per l’Ucraina
Figura 2. Propaganda pro-Putin diffusa dalla fabbrica dei troll

È curioso notare come la guerra dei meme a distanza di due anni dall’inizio del conflitto, coinvolse persino gli account Twitter ufficiali di Russia e Ucraina, che si scambiarono una serie di battute riguardo i trascorsi passati dei due paesi (fig. 3).


Figura 3. Uno dei tweet scambiati fra gli account ufficiali di Russia e Ucraina

Il terzo piano della fattoria dei troll si occupava di creare ed alimentare una serie di falsi blog, spacciandosi per cittadini ucraini che raccontavano di quanto fosse disperata la loro situazione. La narrativa di questi blog faceva leva su storie di bambini che non avevano beni di prima necessità e sulla pessima gestione della crisi da parte del governo ucraino. Altri blog erano scritti in lingua inglese e avevano lo scopo di raccontare queste narrative al di fuori del mondo russofono. I blog venivano sponsorizzati attraverso numerose condivisioni sui social network e fornivano materiale e riferimenti per la creazione di altrettante notizie false da diffondere sui siti web della fattoria.

Al quarto, e ultimo piano dell’edificio, vi erano persone che avevano il compito di creare interazioni su qualsiasi social media nella quale si discuteva di notizie. In particolare, si concentravano a commentare e condividere i finti articoli di propaganda per aumentarne la visibilità sul web. I loro account venivano spesso chiusi a causa dello spamming eccessivo di contenuti non pertinenti sui social media, ma venivano spesso sostituiti da altri account falsi e prevalentemente femminili in quanto ritenuti più affidabili agli occhi degli altri utenti.

Fra i dipartimenti della struttura vi era una mutua collaborazione e spesso lavoravano congiuntamente su specifici obiettivi di narrativa. L’obiettivo era quello di sfruttare a pieno la crossmedialità dei social media, in modo che il prodotto di un media alimentasse in automatico gli altri. Social network come Facebook e Vkontakte fungevano da entry point per portare gli utenti su blog e siti dove venivano diffuse notizie faziose e la maggior parte delle volte finte. Twitter, invece, aveva il compito principale di inondare l’ambiente informativo, soprattutto al di fuori dell’Ucraina, di fake news e visioni contrastanti, creando confusione sugli eventi principali e manipolando gli hashtag di tendenza. I finti account social spesso interagivano fra di loro sotto forma di commenti e condivisioni, per rafforzare l’idea che dietro di essi vi fossero persone vere e non troll o bot.

La fattoria dei troll ha accompagnato la propaganda russa durante tutte le fasi del conflitto, rappresentando l’esercito digitale di Mosca e raccogliendo vittorie silenziose sul campo informativo e psicologico.

Sebbene il Cremlino non abbia mai ammesso un coinvolgimento ufficiale nel progetto, la portata di queste campagne d’informazione era troppo grande per lasciar pensare a un gruppo indipendente che agiva per proprio conto. L’Ucraina tentò seppur in maniera timida di contrastare la campagna di disinformazione russa e dimostrare un coinvolgimento diretto del governo di Mosca. Fu supportata in questo da diversi siti ucraini e non che dal 2014 tentano di contrastare la propaganda russa e combattere le fake news. Il più importante è stato StopFake, fondato da alcuni studenti di giornalismo ucraini e finanziato da progetti di crowdfunding. Inizialmente lo scopo principale di StopFake era quello di confutare la propaganda relativa a fatti che accadevano durante la crisi ucraina, ma successivamente si concentrò sul fenomeno della propaganda del Cremlino sotto tutti gli aspetti e tutte le sue manifestazioni, contando su una community di collaboratori da ogni parte del mondo. Il sito ha semplificato il processo di verifica delle notizie attraverso software dedicati e conserva al suo interno un archivio con diversi esempi di confutazione della propaganda russa (Fig. 4 e 5).

Figura 4. La fotografia utilizzata per descrivere gli attacchi dei militari ucraini nel Donbass è in realtà un fermo immagine del film russo “The Brest Fortress” (2011)
Figura 5. Fotografia di Donesk modificata per diffondere la finta notizia di un incendio
nella città (fonte: https://www.stopfake.org/ru/)

Questa era solo una delle tante storie di propaganda che accompagnano il conflitto riacceso di questi giorni e pertanto è doverosa una riflessione. Alla luce del fatto che stiamo vivendo questa guerra quasi interamente attraverso il web è importante saper discriminare e avere occhio critico nel leggere e diffondere una notizia della quale spesso ignoriamo la fonte o non siamo in grado di controllarla.

Condividete e fateci sapere nei commenti cosa vorreste vedere nei prossimi articoli.

One Reply to “La fabbrica russa delle bugie”

  1. Le false notizie fanno anche parte della guerra, e mentre la gente muore sul serio qualcuno abbocca rilanciando la disinformazione comodamente dal divano di casa.
    Doloroso vedere riportare alcune notizie anche da prestigiosi giornalisti o da importanti testate per mero interesse economico.
    Questa fabbrica di disinformazione mirata fa presa principalmente su chi ogni giorno cerca un motivo per snobbare ad esempio il proprio Governo. Così si fa presto a trasformarsi da no grennpass a filo Putin.
    Un aspetto certamente da non sottovalutare, anche perché certe argomentazioni non sono così semplici ed a portata di clic.
    È chiaro che non basta evitare l’invio di armi abbandonando un Paese al suo triste destino, per lavarsi la coscienza e definirsi pacifista, facendo riferimento alla costituzione italiana che giustamente ripudia la guerra.
    Ricordatevi che la semplificazione seppur sia molto facile risulta essere molto riduttiva, la realtà è molta complessa da come la può concepire la nostra mente.
    In guerra si perde tutti, vincitori e vinti.

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